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Imprese cinesi, è boom in Sicilia. A rischio il mercato del lavoro
di Michele Giuliano

Oltre 2 mila le aziende che risultano attive, ma si rischia una concorrenza sleale senza adeguati controlli. Commercio (ambulanti e piccoli negozi) e manifatturiero i settori più “colonizzati”

Tags: Cina, Impresa, Gaetano Armao, Giuseppe Bortolussi



PALERMO - Imprese di extracomunitari che in Sicilia crescono sempre di più. Ma viene vista come una minaccia l’esponenziale aumento delle aziende guidate da imprenditori cinesi. Oramai nell’Isola stanno dilagando e stanno anche finendo per invadere i salotti delle città più importanti, come Palermo, Catania e Messina.

Se sino a 5 anni a l’impresa cinese era solo circoscritta a quei ranghi di qualità medio-bassa relegata nei paesi di provincia o al massimo nelle periferie delle grandi città, oggi invece il trend sembra decisamente cambiare. Secondo l’ultima statistica della Cgia di Mestre, elaborata attraverso il suo Ufficio studi, la Sicilia si piazza come settima regione in tutta Italia per maggior numero di imprese con a capo un uomo dagli occhi a mandorla. A tutto il 2009 risultano attive infatti ben 2 mila e 77 imprese nell’Isola che si piazza al secondo posto tra quelle del Sud: più della Sicilia ha fatto solo la Campania.
 
Quanto ai settori preferiti dagli imprenditori cinesi spiccano il commercio (ambulanti e piccoli negozi) e poi il manifatturiero, con una concentrazione maggiore nel tessile, l’abbigliamento e la pelletteria. Lo scenario che si sta configurando appare abbastanza chiaro: mentre le grandi multinazionali fuggono i microimprenditori orientali arrivano a frotte. Basti pensare alle tantissime aziende storiche siciliane che hanno chiuso o lo stanno per fare. Colpa di una concorrenza spietata, quella per l’appunto dei cinesi, che riesce a proporre prodotti a bassissimo costo. Ora, sino a che si parla di concorrenza leale nulla da dire. Restano però dei fortissimi dubbi in proposito: da sempre i cinesi hanno vissuto la loro imprenditoria basandosi su regole disumane per i lavoratori, costretti a turni massacranti a fronte di pochi spiccioli di guadagno.

Questo ovviamente comporta un’alterazione del mercato del lavoro: mano d’opera a bassi costi, prodotti a bassi costi e spesso imposte del tutto evase. Un’impresa sana siciliana, di piccola o grande dimensione, in queste condizioni va inevitabilmente verso il collasso. Oltrettutto ciò si consuma a fronte anche di una possibile partnership economico-finanziaria avviata già da qualche mese dalla Regione che sta tentando di rafforzare il rapporto tra la Cina e la Sicilia.

In una recente missione dell’assessore regionale all’Identità siciliana, Gateano Armao, si è parlato di attivare un volo Shangai-Roma e la possibilità di aprire un collegamento aereo tra la Cina e Catania. Investimenti, da parte dei cinesi in Sicilia nel settore turistico e nel porto di Augusta, con tanto di realizzazione di un aeroporto intercontinentale nella piana di Gerbini, tra Enna e Catania e una sorta di cooperazione nel settore dei beni culturali e jont-venture per la produzione di yacht nell’isola di Hainan.  Una sorta di barriere territoriali che vanno verso un totale abbattimento. Ma siamo sicuri che in questo delicato momento che sia proprio questa la strada giusta per risollevare le sorti economico-finanziarie del tessuto produttivo siciliano?
 

 
L’approfondimento. Le preoccupazioni della Cgia di Mestre
 
PALERMO - La massiccia presenza di imprese cinesi una risorsa? Non ci scommette su neanche la stessa Cgia di Mestre: “La Cina - sottolinea il segretario degli artigiani mestrini, Giuseppe Bortolussi - è sempre più vicina: ci preoccupiamo, forse in maniera eccessiva, per la concorrenza che ci viene portata dai prodotti provenienti dall’impero celeste, ma rischiamo di sottovalutare la presenza dei loro imprenditori sul nostro territorio che è sempre più massiccia e diffusa. Ormai in alcune zone del nostro Paese - aggiunge Bortolussi - alcune filiere produttive o commerciali sono completamente in mano loro. Senza contare il ritorno di fenomeni preoccupanti come lo sfruttamento della manodopera e il caporalato che da decenni avevamo praticamente debellato”. Un allarme che allo stato delle cose, analizzando il contesto siciliano, non appare affatto eccessivo anche se, come in tutto, ci sono delle eccezioni. Le aziende cinesi, almeno quello più evolute, hanno creato occupazione assumendo anche dei siciliani. In ogni caso nonostante la crisi anche in questi ultimi due anni il numero delle imprese a proprietà orientale non ha smesso di aumentare.

Articolo pubblicato il 14 aprile 2010 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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