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Quotidiano di Sicilia

L’Ars nomini l’Alta Corte
di Carlo Alberto Tregua

Tre giudici ordinari e uno supplente

Tags: Ars, Alta Corte, Francesco Cascio, Statuto Siciliano



Abbiamo più volte sollevato la questione della pura e semplice osservanza e attuazione dello Statuto siciliano, ricordando che esso fu frutto di un patto fra questo popolo e quello italiano, e ricordando altresì che la Regione siciliana preesisteva alla Costituzione e non fu da essa istituita, bensì riconosciuta.
Cardine del fatto è l’Alta Corte, prevista dall’articolo 24 della norma statutaria. Essa è “istituita in Roma con sei membri e due supplenti...nominati in pari numero dalle assemblee legislative dello Stato e della Regione...”.
Successivi articoli prevedono che giudichi sulla costituzionalità delle leggi emanate dall’Ars, ma anche di quelle emanate dal Parlamento nazionale rispetto allo Statuto. Prevede, ancora, che il commissario dello Stato promuova i giudizi presso l’Alta Corte e che il Presidente Regionale possa impugnare davanti lo stesso consesso le leggi ed i regolamenti dello Stato in conflitto con lo Statuto.

Dal quadro che precede si evince con chiarezza la natura del patto indicato il cui fulcro è la parità tra il popolo siciliano e il popolo italiano.
Sappiamo della sentenza illegittima della Corte Costituzionale n. 38/57, con la quale quest’ultima ha avocato a sè i poteri dell’Alta Corte. Un atto che non era nelle sue prerogative, perché è noto come due organi costituzionali non possano elidersi a vicenda. Infatti, l’Alta Corte è viva e vegeta, ma non opera perché priva dei suoi componenti.
Ora, che il Parlamento nazionale non li abbia nominati è ben comprensibile, per quanto l’omissione comporti un disonore per quella Istituzione, intendendo con ciò non avere onorato un patto. è, invece, incomprensibile che la nomina dei componenti dell’Alta Corte non sia stata effettuata autonomamente dall’Ars. Un’omissione penosa, perché non ha consentito dal ‘57 in avanti che il nostro organo costituzionale funzionasse a pieno regime. Se così fosse stato, ben altra sorte avrebbero avuto numerose leggi regionali e nazionali e le risorse finanziarie derivanti dalle entrate fiscali che, indebitamente, lo Stato ha incamerato, sottraendole ai siciliani.
 
Un furto vero e proprio, paragonabile a quello del tesoro del Banco di Sicilia che i predoni sabaudi prelevarono e fecero sparire in occasione dello sbarco dei poveri diavoli che Garibaldi imbarcò sui battelli Lombardo e Piemonte.
Continuiamo ad assistere alle inique sentenze della Corte Costituzionale, le cui ultime due hanno privato la Sicilia di entrate per oltre 1 miliardo. O alla severa azione di Tremonti che ha spostato risorse destinate alla Sicilia per finanziarie le quote latte del Nord. Un elenco di comportamenti illegittimi che l’Alta Corte, su ricorso del presidente della Regione, avrebbe sicuramente annullato.
La questione non è formale ma sostanziale, perché qui si mette in evidenza come il diritto, a rispetto del patto Italia-Sicilia, non possa essere messo nell’ombra da nessuno. Se Bossi avesse avuto uno strumento costituzionale come lo Statuto, oggi non farebbe più parte dello Stato italiano.  Con niente in mano è riuscito a conquistare due Regioni e centinaia di amministrazioni locali.

Guardando avanti, è auspicabile che tra i gruppi dell’Ars emerga una maggioranza, anche trasversale, che chieda al presidente, Francesco Cascio, di convocare un’apposita seduta con all’ordine del giorno la nomina dei componenti, effettivi e supplenti, dell’Alta Corte. Intanto, l’Ars proceda alle nomine e poi chieda al Parlamento nazionale di effettuare le proprie; a questo punto si tratta di trovare un modo esecutivo per riattivare l’alto consesso. Qualora il Parlamento nazionale non ottemperasse, Governo e Assemblea regionali potrebbero ricorrere alla Corte di giustizia europea, per vedersi riconosciuto il diritto, giacchè le leggi regionali e statali vengano valutate dall’Alta Corte e non dalla Corte Costituzionale. Si sa che le norme costituzionali possono essere soggette al diritto europeo.
L’iniziativa presenta un difficile percorso che va affrontato con cura e grande professionalità. Ma stare con le mani in mano è gravissimo, di fronte alla prevaricazione dello Stato italiano sulla nostra Regione.

Articolo pubblicato il 23 aprile 2010 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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