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Comuni, i “carissimi” dipendenti
di Francesco Torre e Agostino Laudani

Enti locali. Con organici elefantiaci i servizi sempre scadenti.
Esercito di assunti. I Comuni rappresentano la più grande fonte di lavoro di tutta la regione: un vero e proprio ammortizzatore sociale che “abbatte” la disoccupazione col denaro pubblico.
Ipertrofia. Per foraggiare il personale, gli apparati comunali faticano a sostenersi e le somme destinate agli investimenti vengono di conseguenza ridotte a percentuali ridicole.

Tags: Enti Locali, Dipendenti, Consulenze, Partecipate



PALERMO - Sono i più cari di tutti. Ci fanno spendere 153 mln € in più che in altre parti d’Italia ma la qualità dei servizi che producono resta inchiodata a livelli insufficienti. Parliamo dei dipendenti dei Comuni capoluogo: enti dagli organici strapieni di gente che spesso non serve a molto. Prova ne è il fatto che altrove - e abbiamo confrontato città “gemelle” non solo del Nord - riescono a mantenere efficiente l’apparato burocratico con la metà del personale. Con un risparmio soprattutto per le tasche dei contribuenti: non a caso un dipendente comunale a Catania costa annualmente 477 euro per ogni cittadino, mentre a Bari solamente 242. L’extra che pagano i Capoluoghi siciliani in termini di spese per il personale viene sottratto a opere pubbliche e investimenti, quelli sì veramente necessari.
 
I comuni siciliani si distinguono sempre rispetto ai gemelli del resto d’Italia. Se poi si tratta di distribuire il denaro pubblico, quanto a sperperi non ci batte nessuno. Diversamente, non ci sarebbe la considerevole differenza del 23% in più tra la spesa per il personale dei nove Capoluoghi dell’Isola e quella sostenuta da altre città prese in esame in questa inchiesta. I numeri sono chiari: da noi i dipendenti costano 673 mln €, nei nove Comuni confrontati, 520 mln €. Quindi, le amministrazioni comunali rinunciano ogni anno a 153 mln € che potrebbero essere destinati a opere pubbliche per foraggiare un esercito di 16.597 donne e uomini suddivisi tra dirigenti, uscieri, segretarie, centralinisti, funzionari di ogni tipo e poi vigili urbani, geologi (no, geologi no, la difesa del territorio non è riconosciuta come una necessità dai nostri municipi), consulenti, consiglieri e assessori. Senza contare tutti i dipendenti delle società partecipate. E soprattutto senza tenere conto che il dato regionale dovrebbe aggiungere a queste cifre anche quelle degli altri 381 comuni cosiddetti minori.

Più delle Province, più dei Policlinici e delle altre strutture ospedaliere, più delle Università e soprattutto molto di più di ogni altra realtà privata, i Comuni rappresentano senza alcun dubbio la più grande fonte di lavoro di tutta la regione, un vero e proprio ammortizzatore sociale in grado di abbattere – anche se solo relativamente, visto il livello disperato e disperante della nostra economia di mercato – la disoccupazione, almeno per alcune fasce di popolazione. E tutto a spese dello Stato, ovvero a spese nostre, dei contribuenti, e senza che ciò possa produrre utili né servizi di qualità per le comunità.Ma andiamo con ordine.
Innanzitutto il confronto. Come già emerso in altre inchieste del Quotidiano di Sicilia, svolgere un’attività seppur parziale di benchmarking con le cosiddette “gemelle del Nord” conduce a dei risultati a dir poco imbarazzanti per i nostri enti locali.

Sul dato globale, infatti, i nostri nove comuni capoluogo si presentano rispetto alle “gemelle” con 1.785 dipendenti in più. Più dipendenti pubblici, più welfare, direte voi. Macché. Tutti gli indicatori della qualità della vita annualmente dimostrano come i servizi erogati dai nostri comuni siano tra i peggiori d’Italia e in alcuni settori (ambiente, trasporti, assistenza) praticamente nulli.
Allora direte: più dipendenti, più controllo del territorio, maggiore sfruttamento dello stesso, maggiori ricavi. Magari. Strutture così ipertrofiche faticano così tanto a sostenersi che i soldi per gli investimenti sono ridotti a percentuali ridicole, anche per via del fatto che i dipendenti stessi non sono capaci di recuperare in house le necessarie risorse, con entrate extratributarie di gran lunga inferiori rispetto alle “gemelle”.

Seppure i dati, per la loro complessità, meriterebbero di certo una più approfondita analisi caso per caso, anzi città per città, la realtà siciliana non è certo edificante e alcuni numeri saltano subito agli occhi: non fa piacere sapere, per esempio, che tutto il personale del Comune costa a un cittadino di Bari 242 € e a uno di Catania 477 €. Oppure, che a Siracusa si spendano quasi 18 mln € che a Monza nonostante il capoluogo aretuseo abbia 371 dipendenti in meno del gemello lombardo.

Un leggero conforto - ma si tratta di un’eccezione - si ha nel constatare come a Verona i cittadini spendano 390 € ciascuno, ogni anno, per coprire i costi dei dipendenti, mentre un messinese ne spende “solo” 345. Ma si tratta di dati reali? L’universo degli enti locali non può ormai prescindere da alcuni fattori fondamentali, uno dei quali è sicuramente il nodo Società Partecipate.

Nella frammentazione dei servizi al cittadino, non comprendere i dati numerici della spesa per i dipendenti e della spesa per il cittadino di quelli che a volte chiamiamo con disprezzo “carrozzoni” potrebbe generare dei dati parziali, poco vicini alla realtà. Nel caso di Messina, per esempio, come non tener presente che il Comune peloritano ha partecipazioni in 15 società a capitale interamente pubblico o misto e quello di Verona solo in 6? Come non tener presente che per la gestione dei rifiuti a Messina esistono ben due società e che messe insieme superano i 600 dipendenti mentre nella città di Giulietta e Romeo bastano 400 lavoratori e un unico consiglio di amministrazione? Per non dire dei risultati, economici e di qualità del servizio.

Insomma, i nostri Comuni spendono cifre incredibilmente più alte per garantire servizi incredibilmente più scadenti. Il motivo? Sta tutto nella qualità dei dipendenti, e nella visione della nostra classe politica che utilizza gli enti pubblici per mantenere ancora un clientelismo basato sullo scambio tra voto e favore.
 

 
I clientes. Chi baratta il proprio voto per un lavoro
 
PALERMO - Ma su chi incide maggiormente questo fattore, chi sono i clientes pronti a barattare il proprio voto per un posto di lavoro? I professionisti, i laureati, coloro che troverebbero posto in una normale economia di mercato? No, quelli – le statistiche lo dimostrano – stanno progressivamente abbandonando l’isola. Le persone di cui parliamo e che affollano i nostri uffici pubblici fanno parte dell’esercito dei partecipanti ai corsi di formazione a 5 euro al giorno, i disoccupati cronici, la massa silenziosa delle periferie, quelli che in tv guardano le partite di calcio 24 ore su 24, le soap e L’Isola dei Famosi, e giustamente il giorno dopo in ufficio li commentano anche. A loro, se ci consentite l’espressione, è delegato il nostro futuro. Ma quanto potrà reggere ancora questo sistema? In questo senso, il dissesto progressivo dei Comuni (Catania in testa), è un segnale forte quanto quello delle recenti alluvioni e frane: quel che semini, raccogli.

Articolo pubblicato il 30 aprile 2010 - © RIPRODUZIONE RISERVATA




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