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Catania - Molti studi, ma zero interventi. Il rischio sismico è ancora alto
di Melania Tanteri

Negli ultimi 20 anni è stato fatto troppo poco per mettere in sicurezza gli edifici e le strutture urbane. Occorre salvaguardare in primo luogo le scuole e gli “edifici strategici”

Tags: Catania, Terremoto, Rischio Sismico



CATANIA - L’unica città italiana in cui sono stati realizzati il maggior numero di studi e valutazioni sul rischio sismico, addirittura l’unica area metropolitana dotata, oltre che di una mappatura degli edifici pubblici, anche di una dettagliata analisi della vulnerabilità degli edifici privati, che consente di ricostruire attendibili scenari di danno, in caso di un eventuale sisma.

Sembra strano ma la città in questione è proprio Catania al centro, negli anni Novanta, di studi e ricerche sul rischio sismico e sulla prevenzione, ma oggi assolutamente impreparata in caso di catastrofe naturale. A fronte di questo ineguagliato patrimonio di conoscenze, quasi nulla, infatti, negli ultimi 20 anni è stato operativamente fatto per mettere in sicurezza gli edifici e le strutture urbane, il patrimonio storico e, soprattutto, le vite dei cittadini.

Si è parlato di questo nell’incontro pubblico “La Terra trema… e se tremasse a Catania?”, organizzato da Cittainsieme, dal Cispa “Giovanni Campo” (Centro di iniziative e studi per la prevenzione del rischio sismico e dei rischi ambientali), Italia Nostra, Lipu, Wwf Catania e Comitato Porto del Sole, in vista della sessione degli Stati generali sulla prevenzione dei rischi.

“La politica – ha affermato Paolino Maniscalco, presidente del Cispa ‘Giovanni Campo’ – ha il compito di iniziare a decidere come fare prevenzione  e i cittadini dovrebbero insistere proprio su questo aspetto. Per questo abbiamo pensato di analizzare la questione in maniera approfondita, per portare una proposta concreta all’amministrazione”. 
Tra gli interventi più importanti, quello di Roberto De Marco, negli anni Novanta direttore del Servizio sismico nazionale e uno dei massimi esperti in materia di prevenzione del rischio sismico.

“A partire dalla seconda metà degli anni Novanta – ha spiegato De Marco - Catania era divenuta un laboratorio per la realizzazione di un innovativo percorso di riduzione del rischio sismico nel Paese, al quale contribuivano l’allora Agenzia di Protezione civile, la Regione, le amministrazioni locali, l’Università e il mondo della ricerca. Il progetto, coordinato dal Servizio sismico nazionale, intendeva mettere a disposizione soprattutto delle amministrazioni locali della fascia ionica strumenti e nuove tecnologie in grado di ottimizzare l’intervento qualora si riproponessero eventi come quelli che, drammaticamente, in passato avevano sconvolto quegli stessi territori”.

Il piano produsse dati che poi confluirono nel “Progetto Catania” che avrebbe dovuto fare da battistrada nella messa a punto di una metodologia da applicare anche nelle altre città. All’epoca, inoltre, furono stanziati circa 1000 miliardi di lire da destinare alla realizzazione di utili opere di prevenzione.

“Fondi – ha spiegato Maniscalco - che però sono stati malamente utilizzati dagli enti locali. Per esempio, per fare strade spacciate come inutili ‘vie di fuga’, in parecchi piccoli comuni, e a Catania per i parcheggi scambiatori, le rotatorie della circonvallazione e il viale De Gasperi”.

A distanza di oltre un decennio da quell’esperienza, la richiesta delle associazioni è quella di avviare, sfruttando le conoscenze già acquisite, la predisposizione di un nuovo “Piano decennale per la sicurezza sismica di Catania” che metta in sicurezza in primo luogo le scuole e gli “edifici strategici”, garantendo nel contempo un’importante ripresa dell’attività edilizia, attraverso interventi di consolidamento o ristrutturazioni di qualità.

Articolo pubblicato il 06 maggio 2010 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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