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Difendiamo il bene prezioso dellÂ’Autonomia
di Raffaele Lombardo

La lettera del presidente della Regione Raffaele Lombardo nel giorno in cui lo Statuto siciliano compie il 64° compleanno. Oggi invitati a Palermo i rappresentanti dei governi locali che si affacciano sul Mediterraneo

Tags: Raffaele Lombardo, Autonomia, Statuto



di Raffaele Lombardo
Presidente della Regione Siciliana


Il nostro Statuto compie oggi 64 anni. Ed è diffusa la sensazione che si sia progettato di “pensionarlo” proprio sulla soglia del suo sessantacinquesimo compleanno, mentre si celebra l’unità del Paese che parallelamente, proprio in questi giorni, compie 150 anni.
I siciliani hanno sempre voluto e sostenuto l’unità. Lo conferma la storia. La Sicilia ha dato braccia e sangue per costruire la nazione e per difenderne le frontiere. Ma il Paese non è mai stato più diviso di oggi,  tra un nord ricco, evoluto ed inserito nel contesto europeo e un sud povero, arretrato, emarginato.

Le parole pronunciate dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, appena pochi giorni fa, in Sicilia, sono chiare. Il sud ha pagato un prezzo troppo alto alla storia e al progresso dell’Italia. E’ venuto il momento in cui il resto del Paese debba farsi carico dei problemi del sud. Alla giusta condizione dettata dal Presidente: che la classe politica meridionale faccia un salto di qualità e modifichi alcuni suoi atteggiamenti ormai antistorici.

Nel 2010 l’autonomia siciliana avrebbe dovuto avere la sua apoteosi: l’avvio dell’area di libero scambio nel Mediterraneo avrebbe finalmente reso la Sicilia baricentrica non più e non solo dal punto di vista geografico, ma anche da quello politico economico.
L’area di libero scambio, sancita e solennizzata in accordi internazionali, non è mai partita. Né mai – forse – partirà: semplicemente non se ne parla più. Nessun governo sembra disposto a cedere alle regioni quote della sua sovranità nazionale. Neanche nell’interesse – evidente – delle nazioni che se ne gioverebbero.

Questa circostanza basterebbe, da sola, a rendere questo anniversario particolarmente “problematico”. Per queste ragioni abbiamo voluto invitare, proprio oggi e proprio in Sicilia, a Palermo, i rappresentanti dei governi locali che si affacciano sul Mediterraneo. Stiamo da tempo lavorando a una ipotesi alternativa: a un progetto cioè che ci permetta di dialogare direttamente e di fare patrimonio comune delle nostre esperienze e delle nostre economie di frontiera.

Stiamo sottoscrivendo un patto – si chiama Gect - tra tutte le isole mediterranee. E con i governi rivieraschi stiamo lavorando al progetto di una “macroregione” mediterranea che dialoga e coopera. La nostra storia è legata alla storia del  Mediterraneo, e lo sarà il nostro futuro.
Mentre il governo regionale lavora per dare finalmente corpo e sostanza ai principi dell’autonomia ed addirittura “esportarne” i valori positivi, questi stessi valori sono messi in discussione sul piano nazionale.

Il federalismo è una scommessa alta e condivisibile, che deve essere affrontata da governi forti e consapevoli ma non potrà prescindere dalla solidarietà per i più deboli. Il contesto economico europeo non consente errori. Basta guardare a ciò che accade in Grecia, in Spagna, in Portogallo. Solo le autonomie più forti resistono, trovando nella loro storia e nelle loro tradizioni le energie e le ragioni per guardare al futuro.
Qui da noi questo processo è visibilmente messo in mora. E’ sotto attacco la nostra politica. E’ sotto attacco la nostra economia. E’ sotto attacco il nostro Statuto.

E’ difficile infatti trovare  le parole per spiegare ai cittadini cosa sta accadendo nella politica siciliana. C’è un governo che – per oggettivo riconoscimento nazionale – sta attuando riforme attese da anni.
E’ stata messa sotto controllo la spesa sanitaria; si sta ridisegnando il sistema di raccolta e smaltimento dei rifiuti sottraendolo all’ipoteca mafiosa; è stato ristrutturato l’assetto dell’amministrazione della Regione, è stata varata una riforma della burocrazia regionale, si è avviata la pubblicizzazione della gestione dell’acqua.

Siamo intervenuti sul settore dell’edilizia
e abbiamo approvato leggi che tutelano rigidamente il territorio; abbiamo dato vita a una normativa antimafia che è additata ad esempio in tutta Italia; stiamo ammodernando e rendendo incisivo il sistema degli aiuti all’agricoltura.

Abbiamo anche finanziato un pacchetto di norme a sostegno dell’imprenditoria piccola e media; abbiamo scritto un piano energetico d’avanguardia che guarda alle famiglie e alla piccola impresa, impedendo che continuasse lo scempio del territorio con l’installazione delle pale eoliche.

Il governo regionale ha voluto tagli rigorosi nelle spese di tutti i settori dell’amministrazione per rendere più incisiva la spesa pubblica; ci siamo impegnati a estinguere la sacca di precariato che ancora appesantisce la pubblica amministrazione regionale, provando a emancipare queste categorie dal ricatto politico del ciclico rinnovo dei loro contratti.

Stiamo facendo ordine e pulizia. Nell’interesse dei siciliani. Eppure, il governo è sotto la pressione di una battaglia politica senza esclusione di colpi. Bersaglio di ben orchestrate campagne di aggressione politico-mediatica che si iscrivono in un progetto di “reazione” alle riforme.

La regia è affidata a menti raffinate che possono muovere poteri enormi che non è facile fronteggiare. Stiamo minacciando il sistema ascaristico di quei potenti che da sempre, in cambio di privilegi e abusi, consentono il saccheggio della Sicilia e dei siciliani, della loro speranza, del loro futuro.
Ma una Sicilia nuova,  forte della libertà e del coraggio dei suoi figli, consapevole dei diritti della sua autonomia, non si farà mai più piegare.  

Articolo pubblicato il 15 maggio 2010 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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