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Maghreb, El Dorado per la Sicilia
di Carlo Alberto Tregua

Le imprese siciliane assenti in Africa

Tags: Algeria, Libia, Mauritania, Marocco, Tunisia, Maghreb



Algeria, Libia, Mauritania, Marocco e Tunisia, hanno costituito nel 1989 il Maghreb, ossia un’unione che raccogliendo le forze punta allo sviluppo. Ci diceva il console generale della Tunisia in Sicilia, Ben Mansour, venuto al nostro forum pubblicato il 1/5/2009, che su 653 imprese italiane che hanno investito in quel Paese solo una ventina sono siciliane. Se n’è accorto il gruppo tessile Diesel, di quel geniaccio che è Renzo Rosso, il quale ha trasferito gran parte delle commesse dalle industrie terziste di Bronte nel Paese tunisino.
Il Maghreb costituisce il nuovo El Dorado per chi voglia investire, e infatti vi stanno affluendo i capitali del Golfo, perché quei Paesi hanno capito che nel mondo vi sono quantità enormi di risorse finanziarie che aspettano di essere collocate.

Negli ultimi sette anni, fra Tripoli, Rabat, Tunisi e Algeri sono confluiti oltre 60 miliardi di dollari: sauditi, degli emirati, indiani e coreani.
Qualcuno ha definito il Maghreb la Cina mediterranea, perché con il Paese orientale questi hanno in comune il dirigismo politico. Paradossalmente, la mancanza di democrazia consente un più rapido sviluppo come è ampiamente dimostrato in Cina ove, nonostante la crisi, il 2008 si è chiuso con una crescita del Pil di oltre il 7 per cento.
In Libia Muammar Gheddafi, da quarant’anni, tiene in pugno il Paese. In Algeria Abdelaziz Bouteflika è stato appena riconfermato con un plebiscito di voti e lo sarà finché campa, in Tunisia il presidente Zine El-Abidine Ben Ali, al potere da decenni, viene considerato il padre del Paese. In Marocco il re Mohammed VI è il capo dello Stato anche se, formalmente, esistono un parlamento e un primo ministro. Ben diversa la situazione in Mauritania, dove le acque sono tuttora molto agitate dopo il colpo di Stato della scorsa estate e in vista delle elezioni presidenziali anticipate al prossimo 6 giugno.
In generale, comunque, in questi Paesi c’è poco debito pubblico, attraggono le risorse perché la manodopera è a basso costo, anche se poco qualificata, le imposte sugli investimenti quasi non esistono, la burocrazia è silenziosa, i sindacati non ci sono. Non è il meglio per una democrazia, ma lì di democrazia non se ne deve parlare.

In Marocco, stanno finendo di costruire le autostrade fra le quattro città imperiali. Quel Paese sta studiando un progetto per unire l’Africa all’Europa attraverso un tunnel sottostante lo Stretto di Gibilterra. In Algeria, è in progettazione un’autostrada che attraversi il territorio e colleghi la Libia con Tunisia e Marocco. Il Piano ferroviario è in grande ebollizione e così l’innovazione attraverso la diffusione della telefonia e delle reti satellitari. I Paesi del Maghreb presentano un altro vantaggio per le imprese che investono: sono dei pagatori puntualissimi, che non hanno bisogno di alcun sollecito.
Nel 2012 il porto di Tangeri sarà il più grande porto commerciale del Mediterraneo e uno dei primi dieci del mondo. In Marocco, il costo della manodopera è circa un nono della media dei salari europei, ma paradossalmente sono più interessati a investire in quell’immenso territorio imprenditori veneti che non quelli siciliani, il che la dice lunga sullo stato di sviluppo tecnologico dell’imprenditoria isolana.

Il gruppo Benetton è presente in Tunisia fin dal 1995 e allarga sempre di più i suoi stabilimenti produttivi. Il Paese promette una crescita tumultuosa e sarebbe un’occasione perduta per le nostre imprese non approfittarne.
In Libia, l’accordo con l’Italia presuppone investimenti per cinque miliardi di euro e la costruzione dell’autostrada sulla costa fino a Tripoli. In quel Paese vi è tanto da investire e la garanzia della stabilità dovrebbe indurre le imprese siciliane ad andare. Peraltro, dobbiamo ricordare l’amicizia fra il Colonnello e Rino Nicolosi, che durante i suoi Governi andò spesso a visitarlo nella mitica tenda del deserto sotto la quale, mi diceva, non c’era caldo.
In quell’area stabile c’è l’incognita dell’islamismo, tuttavia il fenomeno è tenuto sotto fermo controllo.
Sarebbe estremamente utile che dopo la guerra elettorale furibonda che si concluderà il 7 giugno, il Presidente Lombardo intensificasse i rapporti con i capi di Stato del Maghreb facendosi affiancare da Confindustria Sicilia, per attivare le esportazioni di cui quest’economia è fortemente carente.

Articolo pubblicato il 23 maggio 2009 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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