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Il lavoro è un piacere non un sacrificio
di Carlo Alberto Tregua

Tags: Lavoro



Il lavoro libera l’uomo dai bisogni e gli consente di fare delle scelte. L’articolo 3 della Costituzione ricorda che la Repubblica rimuove gli ostacoli di carattere e economico-sociale che limitano la libertà e l’uguaglianza dei cittadini.
Il principio testè riferito si trova sviluppato in modo più approfondito nella Costituzione degli Stati Uniti d’America, approvata il 17 settembre 1877, composta semplicemente da un Preambolo, da soli sette articoli e ventisette emendamenti. Il raffronto fra le due costituzioni non è casuale perchè da esse si deduce l’indirizzo che i Padri costituenti hanno dato al popolo americano 223 anni fa e quelli italiani appena 63 anni fa.
Al di là delle statuizioni legislative, il lavoro per ciascuno di noi è importante, non solo perché lo svincola dai bisogni, non solo perchè occupa la propria mente, la propria attività, ma anche perché dà utilità alla propria vita, un’utilità per sè e per gli altri. Quando così non è, ci prendono scontentezza e scoramento. 

In questi 52 anni di lavoro, mi sono sempre chiesto come sarebbe stata la mia vita se non l’avessi affrontato con grande piacere e con entusiasmo. Mi sono dato la risposta: sarebbe stata una vita sprecata e condotta senza mete.
Intendiamoci, il lavoro non è tutto, il lavoro non è solo quello economico. Qualunque attività che svolgiamo nel sociale, nel servizio, nell’assistenza ai bisognosi è, comunque, lavoro. Esso non può essere svolto da noi se non siamo contenti di farlo.
Quando visitiamo uffici pubblici, vediamo tanti musi lunghi, gente annoiata, non interessata a quello che sta facendo. In quegli ambienti manca il coinvolgimento, l’entusiasmo, l’amore per la propria attività. Ben inteso, c’è una parte non indifferente di pubblici dipendenti che, invece, possiede i requisiti indicati. Ad essi, bisogna fare chapeau. Ce ne fossero tanti.
Non è che nel settore privato siano tutti contenti di esercitare il lavoro che fanno. Però è solo una minoranza che va al di sotto di una soglia di scontentezza. Anche perchè il sistema delle imprese normalmente mette al centro del proprio progetto economico il fattore lavoro che è fatto di persone.
 
Quando ci sacrifichiamo per studiare o esercitare un’attività, non possiamo considerarlo un comportamento che ci crei scontentezza.
Questo accade solo se comprendiamo che il sacrificio è indispensabile per produrre risultati. Senza di esso, senza rinunzie, senza spostamenti in avanti di mete piacevoli, è difficile raggiungere gli obiettivi che ci prefissiamo. Nessuno di noi è santo, pochi, secondo la Chiesa cattolica, lo diventano, non si sa in base a quali requisiti. Essendo fatti di carne e ossa  (speriamo anche di cervello) cerchiamo di capire come funzionano le cose in questa vita terrena. A quell’altra ci penseremo quando vi arriveremo sotto forma di energia.
La questione che descriviamo tiene conto della netta separazione fra bene e male. Chi nasce in un quartiere deliquenziale, di una città metropolitana del Sud, ha molte probabilità di crescere con insegnamenti negativi. Chi nasce in campagna ha qualche difficoltà ad elevarsi, se non ha chiaro che l’ascensore sociale si può prendere acquisendo competenze, che purtroppo provengono in maniera insufficiente da scuola e Università.

La formazione è essenziale per potere crescere nella comunità. Non solo perchè fornisce (o dovrebbe fornire) competenze, ma perchè sviluppa l’intelletto, fa capire meglio le vicende ed aiuta a diventare buoni cittadini, se ne abbiamo voglia.
Malavoglia saltami addosso, fai tu che io non posso. Un vecchio detto che fa il paio con: la mosca sulla testa dell’asino alla fine della giornata gli dice: riposiamoci che oggi abbiamo lavorato anche troppo.
C’è gente che gode a non fare nulla. Uno dei motti dei nati stanchi recita: fai domani quello che potresti fare oggi. Piccole chiose che spiegano semplicemente la barriera fra chi vuole essere attivo e chi aspetta ancora dopo migliaia di anni la manna dal cielo. Quelli che aspettano, inevitabilmente, si lamentano della loro sfortuna e alimentano invidia e gelosia nei confronti degli altri che, anche a prezzo di sacrifici, crescono e ottengono risultati. Si sa, così è la natura umana. Ma ognuno di noi possiede il bene supremo: il libero arbitrio. Con esso decidiamo cosa scegliere .

Articolo pubblicato il 09 giugno 2010 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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