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Quotidiano di Sicilia

In crisi le produzioni di qualità siciliane
di Michele Giuliano

La primavera è stata un disastro, climatologicamente parlando. A soffrirne tutti i prodotti tipici dell’agroalimentare isolano. Grosse difficoltà per la produzione del melone Cantalupo a Pachino: i ricavi sono troppo bassi

Tags: Agricoltura, Crisi



PALERMO - La congiuntura negativa del mercato, caratterizzata da un’offerta vivace e da consumi frenati dalle condizioni meteorologiche più autunnali che primaverili, combinata alla concorrenza da parte del prodotto importato dai Paesi Terzi del Mediterraneo (Marocco, Tunisia ed Egitto), sta comprimendo il prezzo di vendita di meloni e angurie siciliane, quotate al di sotto del costo di produzione, con conseguente sconcerto e disorientamento tra gli operatori del settore.

“Le cattive condizioni meteorologiche – spiegano gli addetti ai lavori - con piogge e rovesci persistenti e temperature al di sotto della media stagionale, che stanno caratterizzando questa primavera, stanno riducendo drasticamente i consumi di questi prodotti, percepiti come estivi, per altro in una campagna con rese ridotte, sempre per ragioni climatiche, del 15-20 per cento rispetto al 2009, con la conseguenza di far ridiscendere pericolosamente i prezzi”.

Il prezzo di riferimento del prodotto di prima categoria, dal peso compreso tra 800 grammi e 2 chili, con 14 gradi Brix di tenore zuccherino, è di 80-90 centesimi al chilo, ma la metà o poco più è rappresentato dalle spese. Pertanto, si è al di sotto del costo di produzione. Una delle situazioni più difficili la si sta vivendo in uno dei territori di punta per questo tipo di produzioni, Pachino. Qui sono in difficoltà tanto l’anguria quanto il melone. “In questo momento - spiega un imprenditore locale, Giovanni Peronetti - l’anguria dovrebbe essere raccolta e venduta senza soste, perché siamo nel pieno della campagna, e invece non si riesce a collocarla ad un prezzo remunerativo per il produttore e, quindi, o si vende sotto costo, o rischiamo di lasciare il prodotto invenduto e quindi destinato a rovinarsi”.

In questo momento, l’anguria spunta in campagna un prezzo lordo di 40-50 centesimi al chilo. Tolte le spese di raccolta e le provvigioni sulla vendita, al produttore vanno non più di 30-35 centesimi netti al chilo. Se consideriamo che l’investimento ad ettaro per la produzione di angurie è pari a 15 mila euro e che la resa produttiva, sempre per ettaro, è di 300 quintali, si capisce bene che con un ricavo del genere (30-35 centesimi netti al chilo) c’è da rimetterci davvero tutto.

Meno drammatico, ma non per questo meno preoccupante, è l’andamento delle vendite e delle quotazioni del melone di Pachino. “Le operazioni di raccolta in campagna vanno avanti con lentezza, perché la domanda è rarefatta e, di conseguenza, alle minori vendite corrispondono prezzi bassi”, spiegano i produttori della zona nel corso di un incontro avuto con le organizzazioni d categoria in questi giorni. Un vero campanello d’allarme è rappresentato dal fatto che il melone Cantalupo di Pachino convenzionale viene pagato dalla Gdo ai fornitori, franco piattaforma di distribuzione, un euro al chilo. Il melone Cantalupo non a marchio è pagato in campagna 70 centesimi al chilo, mentre all’ingrosso spunta tra 1 euro e un euro e 10 centesimi al chilo. Quello a marchio Red Moon, invece, viaggia alla produzione tra gli 80 e i 90 centesimi, prezzi che all’ingrosso si attestano tra 1,30 e 1,40 euro al chilo.
 


L’approfondimento. Il grido d’allarme dei produttori: troppe importazioni
 
Secondo alcuni operatori, i prezzi riconosciuti alla merce d’importazione da Marocco, Tunisia ed Egitto sarebbero ancora inferiori, cosa che non favorisce il quadro generale della redditività per il prodotto italiano. Come ci si difende quando la congiuntura è così negativa? “Il prodotto deve rispondere a standard qualitativi elevati, allora la differenza per noi la fa il servizio”, spiegano un po’ tutte le organizzazioni di categoria all’unisono, da Confagricoltura a Coldiretti per arrivare alla Cia. Quanto alle previsioni per i prossimi giorni, le stesse organizzazioni preferiscono non sbilanciarsi: “Le produzioni del Nord Italia sono in ritardo a causa delle condizioni meteorologiche non favorevoli e le nostre forniture potrebbero, pertanto, trovare spazio commerciale fino alla prima metà di giugno. Si tratta tuttavia di previsioni di larga massima, perché se è già difficile sapere cosa accadrà domani sui mercati, figuriamoci tra 15-20 giorni”. L’agroalimentare siciliano d’eccellenza quindi rischia davvero grosso e non soltanto per le condizioni climatiche ma anche per le eccessive importazioni di più basa qualità ma che vanno sul mercato ad un prezzo inferiore. I siciliani nelle loro tavole potrebbero per cui trovarsi tra qualche tempo solo il melone marocchino o il pomodoro arabo. Certamente non un salto di qualità gastronomica.

Articolo pubblicato il 22 giugno 2010 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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