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La Regione non è un ammortizzatore sociale
di Carlo Alberto Tregua

Investire in infrastrutture e attività produttive

Tags: Regione Siciliana, Precari, Lavoro



Pubblichiamo frequentemente l’elenco dei precari, composto da circa 81 mila persone con un costo stimato in oltre un miliardo di euro. Si tratta di un vero e proprio ammortizzatore sociale che grava come un macigno sull’economia della Regione e impedisce di destinare queste risorse a investimenti in infrastrutture e attività produttive.
Ripetiamo da tempo come si potrebbe raggiungere l’utile e il dilettevole, cioè far lavorare queste persone in modo produttivo.
Una cosa è certa: la Regione non può più sostenere il peso di un grosso ammortizzatore sociale senza prevedere un progetto che consenta di trasformare queste risorse passive in risorse attive.
Si dice che le indennità percepite dai precari comunque aiutano i consumi. Ma, se le stesse indennità fossero stipendi produttivi di ricchezza, i consumi sarebbero ugualmente sostenuti e in più ci sarebbe un moltiplicatore atto a ottenere risultati economici di misura ben maggiore.

C’è, dunque, la soluzione per far lavorare i precari e contemporaneamente togliere l’ingessatura al bilancio regionale. Sembra di vivere nel Terzo mondo quando sentiamo assessori regionali, deputati regionali e altri soggetti che si preoccupano di come fare per mantenere in piedi un impianto clientelare di raccomandati e per ciò stesso privilegiati, senza preoccuparsi minimamente degli oltre centomila siciliani che sono disoccupati, ma non sono stati raccomandati e privilegiati.
Qui non si tratta di mettere gli uni contro gli altri, ma di procedere alla stesura di un progetto che dia soddisfazione ai siciliani privi di lavoro o che si trovano in condizione di precarietà, naturalmente in una rigorosa graduatoria di merito che preveda in cima coloro che possiedono competenze e saperi, oltre che abbiano grande volontà di sacrificio, e gli altri che via via non hanno tali requisiti.
In questo quadro, gioca un ruolo importante la vera formazione regionale, non stupidamente formale o basata su corsi fantasma o che non dà nessuna qualificazione, ma che tenga conto dei bisogni di mercato e che venga pagata in relazione alla capacità di fornire occupati.
 
Comprendiamo che cambiare la mentalità dalla sera alla mattina è quasi impossibile, ma non c’è un’altra strada. La Regione, con i suoi 28 miliardi fittizi inseriti nel bilancio 2010, ha il dovere di utilizzare ogni euro per promuovere investimenti e attività produttive di ricchezza. Deve quindi recuperare le entrate dovute dallo Stato, tagliare in maniera obiettiva gli sprechi e ridurre, semplificandoli, i percorsi delle procedure, in modo da consentire alle risorse finanziarie di arrivare nel mercato siciliano con benefiche iniezioni di liquidità.
È inutile girarci attorno: qui e ora occorre aprire i cantieri e per far ciò ci vogliono i progetti cantierabili. Occorre che tutte le risorse europee e statali vengano spese, occorre eliminare tutte le partecipate sotto forma di società per azioni, che sono servite e servono solo per piazzare altri raccomandati. Dai forum che facciamo con i rappresentanti del ceto politico e burocratico regionale, nonché con i numeri uno degli enti locali, non ci sembra che la strada virtuosa sia stata imboccata.

Non ci possiamo rassegnare a essere l’ultima regione d’Italia, né a essere considerati italiani con l’anello al naso. L’orgoglio dei siciliani deve risaltare attraverso comportamenti efficaci e densi di risultati. Ci dobbiamo misurare con le altre regioni ponendo sul campo le nostre doti di professionalità ed efficienza, in modo da competere ad armi pari. È inconcepibile, come abbiamo pubblicato, che la sola Barcellona (di Spagna) abbia avuto nel 2009 più pernottamenti dell’intera Sicilia. Un fallimento conclamato e dimostrato ad onta di tutti gli assessori al Turismo che si sono succeduti in questi ultimi 40 anni.
Le risorse europee e quelle statali non spese in questi ultimi tre anni sono più di otto miliardi. Non possiamo rassegnarci alla indolenza e alla impotenza dei responsabili che continuano a restare ai loro posti di fronte a questa conclamata insufficienza.
Non rassegnarci significa che deve scaturire un’indignazione per chi di fronte alle grandi potenzialità mette in campo delle deficienze che non fanno parte della nostra cultura

Articolo pubblicato il 03 luglio 2010 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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