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Si raffredda la cornetta nei call center isolani
di Dario Raffaele

Allarme lanciato dalla Slc Cgil: settore in crisi e nel 2010 rischiano di perdere il posto oltre 16.000 addetti. In Sicilia le situazioni più drammatiche: 5.500 posti a rischio tra Alicos (gruppo Almaviva) e 4you

Tags: Call Center, Lavoro, Crisi



PALERMO - Negli ultimi anni è stata per tanti giovani la porta più facile per entrare nel mondo del lavoro, ma molti ora la troveranno presto sbarrata. Il settore dei call center in outosurcing, vale a dire quelli che svolgono l’attività per aziende terze, è da tempo in crisi e i posti di lavoro a rischio nel 2010 sono 15-16mila, vale a dire il 20% degli 80mila addetti a tempo indeterminato. L’allarme è stato lanciato dalla Slc-Cgil, che in occasione dell’assemblea nazionale dei quadri e delegati del settore ha diffuso una mappa dettagliata della situazione, invocando “un patto tra produttori per il rilancio”.

La fotografia scattata dall’organizzazione sindacale offre uno sguardo d’insieme e mette nero su bianco le conseguenze delle crisi di aziende come Phonemedia, Voicity, Omnia Network e di mille altre realtà locali che non reggono più. Si tratta di una situazione in cui praticamente nessuna regione si salva, ma nella quale è il Sud (il 73% del personale è concentrato nelle regioni meridionali e insulari) a soffrire di più, con oltre 14 mila persone dal futuro incerto. Basti pensare a quanto accade in Sicilia, che ha già pagato con centinaia di licenziamenti e dove il futuro è sempre più fosco: bisognerà infatti verificare, spiega la Slc-Cgil, “la situazione della Alicos (gruppo Almaviva) e di 4you. Qui il calo dei volumi delle commesse Alitalia, Wind ed Enel, dovuto anche a una politica di delocalizzazione delle attività all’estero, mette a rischio 5.500 posti di lavoro”.

A Trapani ci sono poi 650 persone coinvolte dal tracollo di Phonemedia, a Palermo 100 lavoratori licenziati da Omnia Network e 130 dipendenti in mobilità tra Catania e Agrigento. Sempre a Catania, oltre alla crisi di Ratio Consulta (150 lavoratori in Cigs), si registrano possibili difficoltà per le strutture operanti presso Misterbianco (circa 900 addetti).
Situazioni particolarmente difficili, anche per numero di lavoratori coinvolti, sono anche quelle della Calabria (in totale 3.300 posti a rischio), del Piemonte (1.200 in cig e 800 posti che traballano) e della Lombardia (1.150 in cig, 1.950 a rischio tra Milano, Brescia e Bergamo).

Il settore, dove il costo del lavoro è tra i più bassi del privato (-18% rispetto al totale del terziario) e in cui il 70% degli addetti ha meno di 40 anni e il 68% è di sesso femminile, secondo la Cgil risente della crisi generale, ma anche di problematiche specifiche tra cui un rapporto squilibrato con le grandi aziende committenti, il venir meno di alcuni incentivi e l’assenza di una politica industriale per l’intera filiera delle tlc.

È quindi “urgente” un intervento legislativo per sostenere l’urto della crisi, escludendo misure come quella dell’azzeramento dell’Irap nelle regioni del Sud prevista dalla manovra (che potrebbe rivelarsi un cavallo di Troia per lo sbarco di nuovi ‘avventurieri’) e coinvolgere Fistel-Cisl, Uilcom-Uil, Governo e Confindustria in un “patto tra produttori per il rilancio dei call center”: l’obiettivo è risolvere alcuni problemi storici come i ricatti occupazionali, il rischio del ritorno al precariato, la guerra tra poveri, l’imprenditoria pirata, il non rispetto delle leggi e del contratto nazionale.

Articolo pubblicato il 03 luglio 2010 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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