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Province, relazioni per pochi intimi
di Francesco Torre

Trasparenza. Attività amministrativa e scarsa comunicazione.
La legge. La materia è regolata dal D.lgs 267/2000 e dal Testo coordinato delle leggi regionali sull’ordinamento degli Enti locali: ogni sei mesi il presidente deve presentare un resoconto.
Tempi lunghi. Secondo le norme il Consiglio provinciale dovrebbe esprimere le proprie valutazioni entro dieci giorni dalla presentazione della relazione. Ma spesso non accade

Tags: Trasparenza, Pubblica Amministrazione, Comunicazione, Programma



PALERMO - Poco rassicurante il risultato degli “esami” cui abbiamo sottoposto i presidenti delle nove Province regionali in materia di relazioni semestrali. Risultato? Due promossi, tre bocciati e quattro rimandati a settembre. Infatti, solo in due hanno superato la prova di trasparenza: Nicola Bono a Siracusa e Giovanni Antoci a Ragusa.
Eppure, nell'art. 210 del “Testo coordinato delle Leggi Regionali relative all'ordinamento degli enti locali”, al titolo “Attribuzioni del Presidente” si legge che “Ogni sei mesi il presidente presenta una relazione scritta al Consiglio provinciale sullo stato di attuazione degli atti programmatici e sull'attività svolta. Il Consiglio provinciale, entro dieci giorni dalla presentazione della relazione, esprime in seduta pubblica le proprie valutazioni”. Ma la realtà è un’altra.
 
 I presidenti delle Province regionali siciliane sostengono l’esame di “trasparenza degli atti pubblici e rispetto dei regolamenti in materia di controllo sulla Presidenza operato dai Consigli”: due vengono promossi a pieni voti, gli altri possono migliorare.
Dopo le pagelle ai sindaci, infatti, il “consiglio didattico” del QdS si è riunito per alzare le palette anche nei confronti dei nove presidenti delle Province, e nonostante la grande tolleranza manifestata dai redattori  soprattutto nei confronti di coloro che, dopo avere esibito lampanti e gravi lacune, hanno comunque mostrato buoni propositi per il futuro, la bocciatura è stata inevitabile per Nanni Ricevuto (Messina), Girolamo Turano (Trapani) e Giuseppe Monaco (Enna). La materia in questione, difatti, è risultata a loro del tutto sconosciuta. Recuperabili, invece, ma solo dopo il riscontro oggettivo sui siti internet istituzionali, Giovanni Avanti (Palermo), Giuseppe Castiglione (Catania), Eugenio D’Orsi (Agrigento) e Giuseppe Federico (Caltanissetta).
Secondo il D.lgs. 267/2000 (Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali) “il Consiglio provinciale è l’assemblea pubblica rappresentativa di ogni Provincia. Al Consiglio provinciale competono l’indirizzo, il controllo politico ed amministrativo, la programmazione e l’approvazione degli atti di impegno economico finanziario”. Responsabilità non da poco, che per non rimanere sulla carta dovrebbero concretizzarsi tramite atti pubblichi, certificazioni, documenti.

Tra questi, assume certamente una valenza strategica la relazione semestrale che ogni presidente di Provincia deve obbligatoriamente presentare al Consiglio per una valutazione del proprio operato. Ciò è stabilito peraltro tassativamente dall’art. 210 del “Testo coordinato delle Leggi Regionali relative all’ordinamento degli enti locali”, dal titolo “Attribuzioni del Presidente” (già contenuto nella legge regionale n. 9/1986 art. 34 e nella 26/1993 art. 24): “Ogni sei mesi il presidente presenta una relazione scritta al Consiglio provinciale sullo stato di attuazione degli atti programmatici e sull’attività svolta. Il Consiglio provinciale, entro dieci giorni dalla presentazione della relazione, esprime in seduta pubblica le proprie valutazioni”.
Presenta...esprime...voci verbali al presente indicativo che non si addicono per niente alla realtà dei fatti. Perché su nove Province regionali, le uniche che redigono con puntualità le relazioni, le sottopongono al Consiglio per il controllo e successivamente le pubblicano anche su internet per la verifica forse più importante, quella con gli elettori, sono Siracusa e Ragusa.

Abbiamo già espresso tutte le nostre perplessità sull’argomento nell’inchiesta che riguardava i Consigli comunali, ma in questa sede ci sembra opportuno ribadire quello che riteniamo un concetto chiave. Quando infatti i presidenti di Province importanti come Messina, Trapani ed Enna si rifiutano di adempiere a un obbligo previsto dalla legge per garantire al cittadino che ogni azione intrapresa all’interno dei “palazzi” sia esclusivamente nell’ottica di un interesse collettivo, ci rendiamo facilmente conto di quanto qualsiasi ruolo istituzionale sia andato a perdere il proprio significato originario, fuoriuscendo dai sacri binari dettati dal nostro sistema democratico.

In quale forma di Stato, infatti, chi detiene il potere non deve rendere conto a nessuno delle proprie scelte, nemmeno ai rappresentanti dei cittadini? I politologi chiamano questa circostanza “mancanza di responsabilità”, e la considerano una delle cinque caratteristiche dei regimi autoritari. Troppo forte dire che stiamo scivolando verso forme autoritarie di gestione del potere, anche se è evidente? Bene, almeno ci sia consentito esprimere una considerazione molto più “terra terra”: che senso ha mantenere un Consiglio provinciale se questo non viene portato a conoscenza delle scelte della Giunta e non può così tutelare gli interessi della comunità che rappresenta? Uno solo, ovvero mantenere un grasso stipendio a quei 30, 40 o 50 consiglieri che, senza protestare, accettano di veder ridicolizzato il proprio ruolo a quello di semplici spettatori della Cosa pubblica. Peraltro precari, visto quanto promesso recentemente dal Governatore sulla conversione delle Province in Consorzi di Comuni così come prevede l’articolo 15 dello Statuto siciliano. Finalmente, dal “palazzo”, un’idea sensata!

Articolo pubblicato il 15 luglio 2010 - © RIPRODUZIONE RISERVATA




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