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Programmazione e organizzazione
di Carlo Alberto Tregua

Enti pubblici, redigere il Piano industriale

Tags: Pubblica Amministrazione, Piano Industriale, Efficienza, Programmazione



Quando riceviamo per i nostri forum i responsabili politici e burocratici delle pubbliche amministrazioni, statali, regionali e locali, la prima domanda che poniamo è se l’ente di cui hanno la responsabilità abbia redatto il Piano industriale. Esso non è obbligatorio per legge, ma un bravo professionista preposto al funzionamento dell’ente, deve fare scelte strategiche e di breve periodo, per indicare le linee programmatiche a chi, soggetto amministrativo, le deve eseguire.
Entrambi i soggetti, politico e burocratico, non possono realizzare il progetto di funzionamento se non redigono il Piano industriale. Come è noto ai professionisti, soprattutto a quelli che hanno fatto i master esteri e nazionali in organizzazione, esso si divide in quattro parti: programmazione, organizzazione, gestione e controllo.
Ognuna delle quattro parti è autonoma, ma contemporaneamente è collegata alle altre in un quadro sinergico, di modo che costituisca un tutt’uno funzionale volto al raggiungimento degli obiettivi del medesimo Piano. è proprio da questi ultimi che si parte per redigerlo. Gli obiettivi devono essere concreti e raggiungibili, anche se presentano difficoltà. E devono essere compatibili col mandato che il soggetto politico ha ricevuto dagli elettori e che quello burocratico ha ricevuto dal soggetto politico.

Programmare significa mettere nelle giusta posizione ogni atto o azione che deve essere compiuta. Organizzare è l’azione conseguente, per attribuire a tutti i soggetti che devono attuare il Piano una funzione precisa, assegnando responsabilità che comportano premi o sanzioni. Gestire vuol dire fare l’ordinaria amministrazione in conformità all’organizzazione. Sembra riduttivo parlare di ordinaria amministrazione. In effetti sarebbe la più grande rivoluzione per la nostra burocrazia statale e meridionale che tutto fa tranne l’ordinaria ammministrazione.
E infine Controllare. Questa è una parte delicatissima del Piano industriale perché essa non deve avere una forma meramente burocratica, bensì sostanziale, in quanto deve mettere a raffronto ciò che via via si è realizzato con quanto programmato.
 
Sgombriamo subito il campo. Il Piano industriale non è una prerogativa delle imprese, ma di qualunque soggetto collettivo voglia realizzare degli obiettivi. Esso è indispensabile non solo all’interno delle imprese e degli enti pubblici, ma anche all’interno di quei soggetti che svolgono una attività sociale o di pubblica utilità.
Nel settore pubblico il Piano industriale si può chiamare Piano organizzativo per la produzione dei servizi (Pops). Ma qui è inutile legarsi alle parole. Contano i comportamenti e i fatti. Quando i nostri ospiti, di fronte alla domanda posta all’inizio sgranano gli occhi, ci domandiamo come possano gestire il loro apparato fatto di ambienti, persone, strumenti e mezzi finanziari, senza che essi facciano parte di un unico sistema. Quando ci rendiamo conto che il sistema non c’è, deduciamo facilmente le ragioni dello scasso della pubblica amministrazione.

Le questioni che andiamo scrivendo da decenni devono essere ripetute fino a quando il ceto politico e quello burocratico non pensino che sia arrivato il momento di inserire nel loro funzionamento un metodo. Al riguardo sarebbe opportuno che si leggessero l’operetta di René Descartes Le discours de la méthode. Nel Piano  è previsto il rendiconto, cioè quel momento in cui ognuno deve riportare ai suoi mandanti i risultati ottenuti. Dalla comparazione di questi ultimi con gli obiettivi, si deduce la validità dell’operatività.
Qui non si tratta di fare dei ragionamenti, sempre utili ad inizio di un processo. Qui si tratta di stabilire che nella pubblica amministrazione vi debba essere a tutti i livelli un piano di funzionamento, indipendentemente da quell’insieme di norme e subnorme che burocrati incompetenti hanno scritto, perdendo di vista la necessità di far funzionare gli enti pubblici secondo criteri di efficienza e di efficacia. Due parole di cui tutti si riempiono la bocca ma di cui spesso non conoscono il significato. Naturalmente contro la piattezza dei contratti di lavoro pubblici sarebbe prevista una scala di remunerazione in base ai risultati conseguiti.

Articolo pubblicato il 21 luglio 2010 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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