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Quotidiano di Sicilia

Acqua potabile, il livello sprofonda
di Rosario Battiato

Acqua. La gestione del bene fondamentale.
La situazione. Cresce nell’Isola l’emungimento di acqua per uso privato, industriale e agricolo. Conseguenze? Le falde si stanno abbassando un po’ ovunque, anche perché la dispersione rimane superiore al 50%.
Cosa fare. Occorrono seri (e costosi) investimenti sulle reti delle città e un uso più sostenibile, soprattutto nelle varie produzioni che, molto spesso, lavorano in presenza di acqua potabile anziché depurata.

Tags: Acqua, Rete Idrica, Ato



PALERMO – Acqua e ancora acqua. Una delle ataviche ossessioni siciliane continua a riempire le pagine delle cronache quotidiane. Da una parte la lunga questione della privatizzazione del servizio di gestione, dall’altra problemi improcrastinabili che riguardano le reti idriche ma anche lo stato di salute delle falde acquifere sempre più sfruttate.
La Regione assicura che ci saranno controlli sempre più ferrei per eliminare i prelievi illegali e razionalizzare gli altri, mentre dall’Arpa informano che un abbassamento delle falde, di fatto, va a minare la qualità e quindi la potabilità del prezioso liquido.
In circa 40 anni, per esempio, soltanto sull’Etna sono stati registrati 400 pozzi in più, scavando a profondità sempre maggiori.
 
Il problema acqua non lascia intravedere alcuna risoluzione, anzi in Sicilia lo sprofondamento della questione e, parallelamente, delle falde acquifere, è sempre più evidente. Se ci sono alcune aree dove la distribuzione h24 dell’acqua è storicamente una difficoltà, adesso si corre il rischio che questo deficit si estenda in realtà dove emergenze del genere non ci sono mai state. Nel catanese, ad esempio, che ha sempre goduto della munificenza delle sorgenti dell’Etna, adesso cominciano ad affiorare le prime perplessità a causa di scavi troppo profondi e dell’aumento del numero di pozzi. Ma non solo. Secondo l’Agenzia regionale per la protezione ambientale il 27% dei corpi idrici dell’Isola ha uno stato ambientale che può definirsi “scadente”.

La scorsa estate alcuni tecnici dell’Ato Catania, nel corso di un convegno ad Enna, qualificarono l’Etna come risorsa idrica straordinaria per la popolazione dell’intera provincia di Catania, in quanto senza la presenza del noto vulcano, date le perdite registrate nell’area, la realtà etnea sarebbe presto piombata nella più profonda crisi idrica. Adesso, a furia di scavare, l’Etna è ridotta ad una groviera. Nel Piano regionale di tutela delle acque, approvato nel dicembre 2008, si certifica come “dei 700 pozzi presenti nel 1960 si è passati agli oltre 1100 dei primi del ’90, con un più forte incremento nel settore orientale e con un aumento delle profondità, in connessione con la diminuita produttività”.
 
Si è infatti passati da pozzi scavati a largo diametro, di solito 2 metri, e a profondità minime, una decina di metri con rarissime punte intorno a 150 metri, ad un andazzo che adesso vede scavi fino a 250 metri e anche oltre. Questo stato di cose è il risultato della ricerca di una maggiore produttività, infatti in seguito allo sfruttamento e alle conseguenze indotte, nel corso degli ultimi decenni, si è verificato un abbassamento delle falde maggiore nei pressi di Acireale e Catania. Negli ultimi tre decenni il livello è sceso di 70 metri, diretta conseguenza dei prelievi che sono passati da 52 milioni di metri cubi all’anno a 120 milioni di metri cubi all’anno.

Dalla Regione Pier Carmelo Russo, assessore all’Energia e ai servizi di pubblici utilità, rassicura tutti: “L’assessorato, in quanto organo di regolazione delle risorse idriche per i vari utilizzi, emana periodicamente provvedimenti che stabiliscono la quantità di acqua da prelevare dalle varie fonti e da utilizzare per i diversi usi. Ciò consente di calibrare i prelievi in dipendenza delle effettive disponibilità idriche e di conseguenza creare quelle scorte atte a prevenire l’insorgenza di aree di crisi ove può prosperare il mercato illegale dell’acqua”.

Il prezioso liquido blu comincia quindi a essere sempre più richiesto, nonostante i siciliani - date le perdite del sistema idrico isolano - mediamente consumino meno acqua (174 litri per abitante il picco di Palermo contro 213 litri della media nazionale).
L’acqua siciliana non è solo a rischio perforazione, ma in certe zone è anche inquinata. Il top del rischio ovviamente nelle zone industriali, ma anche le discariche stanno diventando un problema. Nei pressi della Piana di Augusta-Priolo la presenza del polo industriale ha modificato la modalità di prelevamento dell’acqua che fino agli ‘70 avveniva principalmente per pozzi scavati a mano e per uso irriguo o domestico. La presenza della grande industria e quindi la conversione dei terreni ad uso industriale, ha richiesto un utilizzo di acqua permesso con perforamenti più profondi, ma che hanno drenato anche la falda più superficiale.

Anche a Gela, nell’area dello stabilimento petrolchimico, il rapporto ambientale della Regione siciliana ha evidenziato una serie di contaminazioni per le acquee sotterranee riscontrando superamenti dei valori di metalli pesanti (arsenico, mercurio, nichel, manganese, ferro, piombo, alluminio, cobalto, selenio, etc.), di idrocarburi policiclici aromatici, di composti alifatici clorurati cancerogeni e di benzene e toluene.  Le acque sotterranee della regione vivono un periodo affatto semplice - basti pensare al recente inquinamento derivante dal percolato della discarica di Bellolampo - infatti non c’è solo l’industria a minacciare la loro stabilità, ma le attività antropiche in generale.

Articolo pubblicato il 13 agosto 2010 - © RIPRODUZIONE RISERVATA




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