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La dieta giusta per i prossimi dieci anni, non solo la manovra economica 2010-13
di Melania Tanteri

L’economista d’impresa Marco Vitale individua i rimedi alla crisi a partire da investimenti, ricerca e infrastrutture. Tagliare l’apparato pubblico (zavorra che impedisce gli investimenti) e affrontare il tema dell’occupazione

Tags: Marco Vitale, Crisi, Occupazione



MILANO - “Per risollevarsi dalla crisi economica in atto bisogna uscire dalla finta spirale di sviluppo sostenuto dal debito pubblico e dall’assistenzialismo”. A sostenerlo è Marco Vitale, l’economista d’impresa, editorialista di importanti quotidiani e autore di numerosi scritti e libri, nell’analizzare la Finanziaria nell’edizione speciale sulla manovra economica 2010-2013 del mensile “Politicadomani”.

L’economista, sollecitato dal direttore del mensile, ha infatti affrontato nel dettaglio i nodi della manovra del ministro Tremonti, mettendo in luce lo scenario politico ed economico che le fanno da contorno, la situazione europea, quella specificatamente italiana, nonché le esigenze tutte nuove scatenate dalla crisi economica in atto, tra le più gravi degli ultimi decenni.
La riflessione di Vitale parte dalle “misure decise dall’Europa per superare la crisi”, per poi arrivare, con lucidità e chiarezza, ad affrontare le misure intraprese dal ministro Tremonti nella manovra.

Una Finanziaria, secondo Vitale, resasi necessaria per affrontare e risollevarsi dalla speculazione internazionale che “ha, almeno in parte, ricompattato l’Europa, costringendo tutti, sia pure con fatica, a farsi carico dei problemi comuni - spiega su Politicadomani - e a darsi una linea comune di interventi di riduzione della spesa pubblica contro i deficit correnti”. Secondo Vitale la crisi è, dunque, un’occasione per rivedere il sistema economico, come quella già offerta dalla congiuntura internazionale nel 1992.

Argomento ancora più valido se incentrato sull’Italia, Paese soffocato da un enorme debito pubblico, in cui gli investimenti e la produzione di ricchezza languono. In questo senso, secondo Vitale, la manovra Tremonti è da appoggiare, e “per quattro motivi distinti - spiega: perché è indispensabile per ragioni di sopravvivenza, imposte dal mercato finanziario internazionale; perché è parte della più generale manovra europea; perché, per la prima volta in modo serio […] cerca di intaccare il costo mostruoso del nostro apparato pubblico e politico; perché cerca di indicare una direzione di marcia ed uno spazio temporale che va oltre il tempo breve ed insufficiente di una finanziaria”.
I quattro punti indicati, rappresentano dei pilastri solidi per una politica di lungo termine che, “se perseguita in modo graduale ma coerente - scrive - in non meno di un decennio, potrà allentare la morsa del debito pubblico e del costo mostruoso della macchina dell’amministrazione pubblica e politica che tiene inchiodato”.

Ciò che serve, e verso cui la manovra è orientata, è dunque lavorare sull’apparato pubblico, una zavorra “che impedisce gli investimenti, rende difficile affrontare seriamente il tema dell’occupazione, diluisce ogni senso di responsabilità personale e collettivo, mette a rischio la nostra tenuta nell’euro, ci toglie serenità e tranquillità perché ogni temporale ci appare un tornado, rende il nostro presente doloroso ed il nostro futuro precario”. Così come fatto dalla Germania  - la Merkel ha varato una manovra di 80 miliardi di euro in quattro anni, che prevede, tra l’altro, il taglio di 15mila statali. La Cancelliera ha proposto anche di ridurre il numero di soldati tedeschi da 250 mila a 210 mila - è sulla riduzione del debito che bisogna intervenire.
Un debito, in Italia, pari circa 27 mila euro a testa; secondo Vitale nel Belpaese la spesa pubblica assorbe il 50% del reddito prodotto in Italia; dei 4 milioni circa di dipendenti pubblici,  1.5 milioni sarebbero in esubero e la spesa viva sarebbe in eccesso di circa 100 miliardi di euro ogni anno.

“È  il debito pubblico crescente - scrive - che, negli ultimi 25 anni ha permesso all’Italia di consumare più di quanto abbia prodotto, sostenendo il livello di vita, elevata per larga parte del Paese, a spese di investimenti, di ricerca scientifica, di interventi di sviluppo ed a favore dei ceti deboli e dei giovani, arricchendo a dismisura ceti ristretti e, finanziando, attraverso la corruzione, la malavita organizzata”.
 È su quest’ultimo che  bisogna intervenire, ma con un progetto a medio termine che coinvolga l’intero Paese.

Il vicerè Caracciolo (1781-1786) diede lustro all’agricoltura in Sicilia
 
MILANO - Contenere gli sprechi è una necessità che affonda le radici nella storia. Dopo Federico II e sino ai nostri giorni, spiega Vitale, la Sicilia ha avuto un solo governante degno di questo nome, il viceré Caracciolo (1781-1786), napoletano onesto, competente, tenace, di raffinata intelligenza, di cultura ed esperienza internazionale. Fu suo il più importante programma di riforme, dal 1200, a favore dell’agricoltura siciliana che doveva mantenere, in un lusso a livello dei maggiori del mondo, 142 principi, 788 marchesi, 1500 duchi e baroni e le loro famiglie oltre ad una sterminata legione di enti religiosi. Sull’onda delle riforme di Caracciolo, un gruppo di nobili siciliani arrivò a chiedere che il re rendesse illegali i loro stessi sperperi che li stavano portando alla rovina; chiese, insomma, che venisse loro imposta una specie di cintura di castità. “Noi siamo, più o meno, nello stesso stadio - afferma l’economista - e dovremmo avere la forza di fare una richiesta analoga, se non per convinzione e responsabilità, almeno per paura”.
 

Articolo pubblicato il 17 agosto 2010 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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