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Gestire insieme i servizi e recuperare l’evasione fiscale le vie possibili per evitare sforamenti e mancati introiti
di Alessandro Petralia

Le prescrizioni normative saranno avvertite maggiormente al Sud. La novità di quest’anno è un Patto più cogente e restrittivo del passato. Cuzzola, esperto di tematiche contabili e consulente dei Comuni: “Anticipati i dettami della Carta delle autonomie”

Tags: Patto Di Stabilità, Enti Locali, Sprechi, Vincenzo Cuzzola



CATANIA - Sul Patto di stabilità abbiamo intervistato Vincenzo Cuzzola, esperto sulle tematiche contabili, finanziarie e fiscali degli enti locali e consulente di diversi Comuni e Province del nord e del sud Italia.
Qual è la priorità del patto di stabilità per i Comuni?
“Il dato di partenza è il taglio dei trasferimenti dallo Stato ai Comuni, la cui dotazione per l’anno prossimo sarà decurtata di 1.500 milioni di euro. Bisogna tenere presente che il valore complessivo dei trasferimenti in un anno è di 15.000 milioni di euro, quindi la cifra tagliata è più che rilevante e sarà tutta a carico degli enti con più di 5 mila abitanti”.

Dunque si parte dai tagli: come vengono giustificati?
“Questo immenso taglio, nella relazione d’accompagnamento al provvedimento, viene giustificato col fatto che contestualmente vengono previste una serie di misure di riduzione delle spese da parte dei Comuni, le quali dovrebbero portare ad una diminuzione dei costi complessivi degli enti stessi; la realtà è però che queste misure di risparmio, come ci insegna l’esperienza passata, spesso non si realizzano”.

Perché? Ci sono aree del Paese penalizzate?
“Sì: c’è infatti da tenere presente che abbiamo un’Italia a doppia via: se infatti le spese su cui interviene maggiormente la manovra (consulenze, missioni, formazione ecc.) al nord sono usuali e di importo anche elevato, al sud invece non rappresentano quote significative di bilancio. Soprattutto i Comuni di Sicilia e Calabria non potranno risparmiare tanto da poter far fronte ai tagli che comunque sono costretti a subire come tutti gli altri. Il principio di fondo della manovra è infatti quella di risparmiare spendendo di meno su alcune voci; ma se su tali voci i Comuni del sud già spendono poco, essi saranno costretti a tagliare su servizi primari. L’unica via d’uscita per non attuare tali dolorosissimi tagli su servizi primari è quella di dare avvio alla gestione associata degli stessi da parte dei Comuni. In questo senso il Dl n. 78/2010 (la cosiddetta manovra d’estate) all’articolo 14 anticipa quelli che saranno i dettami della “Carta delle autonomie” scritta da Calderoni ed attualmente all’esame del Senato; un indirizzo questo che non possiamo non giudicare positivo”.

Il patto di stabilità interno affonda le sue radici nel 1998 (Trattato di Maastricht), ma ha subito continui aggiornamenti: i più recenti risalgono al Dl. N 78/2010.
“Infatti il patto di stabilità è un insieme di norme o meglio un principio che nei dettagli viene modificato annualmente ad ogni manovra finanziaria. Solo negli ultimi due anni si era notata un po’ di stabilità, tanto che l’ultima modifica al patto era stata condotta col Decreto n. 112/2008. Solo recentemente col già citato Dl n. 78/2010 si è tornato sul patto di stabilità, rendendolo molto più cogente e restrittivo. L’enorme novità è costituita dalla sanzione prevista per chi non rispetta il patto di stabilità: infatti i Comuni che sforano il patto vedranno l’importo stesso dello sforamento come un ulteriore taglio per l’anno successivo. Quindi se un Comune sforerà il patto per 300 mila euro esso subirà un ulteriore taglio di 300 mila euro per l’anno successivo: si tratta di una sanzione pesantissima, soprattutto se si tiene presente che fino all’anno scorso il taglio punitivo era limitato al solo 5% dello sforamento. Bisogna tenere presente, che essendosi basati sulla precedente normativa meno restrittiva, molti Comuni oggi sono molto vicini allo sforamento del patto”.

Molti Comuni rischiano lo sforamento: ci sono vie d’uscita?
“Si tratta di un grosso problema per i Comuni, soprattutto se questi non si adegueranno alle prescrizioni normative di indirizzo, che concernono come detto la gestione associata dei servizi e il recupero dell’evasione tributaria. Il problema è però che i Comuni non riscuotono i tributi locali o lo fanno in minima parte: un po’ per indolenza, un po’ perché effettivamente non dispongono di un apparato erariale come quello dell’Agenzia delle Entrate. Ecco perché l’articolo 18 del Dl n. 78/2010 cerca di stimolare la costituzione dei Consigli tributari, quale apparato tecnico che possa poi affrontare i rapporti con l’Agenzie delle Entrate per recuperare le imposte. è tra l’altro previsto che se questo recupero va a favore dello Stato, il 33% resta nelle casse del Comune. Da un lato dunque la manovra è criticabile perché taglia orizzontalmente, dall’altro però è pur vero che i Comuni devono cominciare a rimboccarsi le maniche per cominciare a risparmiare davvero”.

Articolo pubblicato il 14 settembre 2010 - © RIPRODUZIONE RISERVATA




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