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Per la Sicilia i divari aumentano
di Salvatore Sacco

Dalla verifica intermedia degli Obiettivi di servizio previsti dall’ultimo Qsn (Quadro strategico nazionale). Il rapporto tra investimenti fissi lordi e Pil più basso rispetto a quello del Sud

Tags: Pil, Sicilia



PALERMO - Per capire come sta andando l’economia di un Paese o di una regione, solitamente si guarda all’ andamento della produzione, ovvero alla crescita del prodotto interno lordo  (Pil).

Ci sono tuttavia degli indicatori più complessi e di più difficile lettura che forniscono preziose informazioni su come andrà quel sistema economico anche nel futuro: è il caso del rapporto fra investimenti fissi lordi totali e Pil che,  in sostanza, misura l’intensità del  processo di accumulazione di capitale di quel determinato sistema  ed è basilare per comprendere quanto  ci si stia impegnando per  mantenere alti e stabili i livelli di crescita economica e di occupazione. Infatti, è solo attraverso l’accumulazione di nuovo capitale che si possono promuovere l’innovazione, l’ammodernamento tecnologico, lo sviluppo del sistema produttivo; in altri  termini è attraverso tale processo che si determina la futura capacità di competere con gli altri sistemi territoriali.

Sotto questo aspetto la Sicilia non sembra andare bene, anzi possiamo dire che va abbastanza male.  Partendo dal 2000, anno in cui si è iniziata la programmazione dello sviluppo basata sull’utilizzo dei fondi comunitari per la riduzione dei divari (la famosa agenda 2000, finita nel 2007 ed ora rinnovata nella edizione 2007- 2013), possiamo vedere che il rapporto fra investimenti fissi lordi e Pil che, ad inizio periodo, era pari per la Sicilia a  22,7%, superiore sia al restante contesto sud insulare ( 21,3%) che all’ intera nazione (20,3%), è sceso a fine periodo (2007 ) a 21,7% inferiore al resto del Mezzogiorno (salito al 22,9%) e quasi allineato al contesto nazionale (anch’ esso salito al 20,7%), in cui sono incluse anche le regioni che non beneficiano dei aggiuntivi europei.

Dunque, in media, nell’intero arco di esplicazione degli effetti di Agenda 2000, l’indicatore per la nostra Isola è stato pari a 21,2%, inferiore rispetto a quello medio di tutte le altre regioni sud insulari:  (21,5%) e molto lontana dai livelli delle regioni leader quali ad esempio  il Veneto,  che vanta un rapporto medio superiore al 28%  (questi  dati sono stati da noi elaborati sulla base  dei Conti economici generali dell’ Istat per l’anno 2010) .

Questa defaillance del nostro sistema regione è confermata dalla  verifica intermedia  degli Obiettivi di servizio previsti dall’ultimo Quadro strategico nazionale (Qsn), effettuata dal Dipartimento Sviluppo e  Coesione del ministero Sviluppo economico e  riportata nella “Relazione sullo stato di avanzamento degli Obiettivi di Servizio al Comitato Nazionale Coordinamento e Sorveglianza Politica Regionale Unitaria“ dello scorso febbraio.
 

 
Poche risorse per la ricerca, scarso accumulo di capitale
 
Ricordiamo che gli obiettivi intermedi di servizio, consistono in target triennali fissati per 11 indicatori rappresentativi di quattro ambiti di servizio ritenuti principali (istruzione, servizi di cura per anziani e per l’infanzia, gestione dei rifiuti urbani e servizio idrico integrato), per verificare i risultati raggiunti nell’ambito della programmazione 2007-2013.

Dunque questa verifica intermedia, effettuata per nove degli 11 indicatori previsti (abbandono scolastico, giovani, assistenza domiciliare anziani, raccolta differenziata, smaltimento rifiuti urbani, efficienza distribuzione acqua, depurazione, servizi per infanzia, presa in carico degli utenti dei servizi per l’infanzia), ha rilevato per la Sicilia  un miglioramento in molti indicatori, anche in quelli in cui l’Isola si trovava  in una situazione di svantaggio rispetto alle altre regioni Sud insulari ad inizio periodo; tuttavia, alla resa dei conti, tali miglioramenti non sono stati sufficienti a far allineare le risorse premiali attribuite alla nostra regione a quelle mediamente ottenute dalle altre regioni: alla Sicilia, infatti è stato attribuito solo il 30% delle risorse premiali potenzialmente attribuibili (ovvero 351 milioni di euro),  mentre la media di tutte le regioni è pari al 43%; dunque la Sicilia finisce con l’essere relegata all’ ultimo posto di questa graduatoria che vede ai primi posti  la Sardegna con il 63% e la Calabria con 60%, mentre le altre due grandi regioni Campania  e Puglia hanno ottenuto rispettivamente, il 42 ed il 34%.

Il quadro sconfortante sull’impegno dei governi locali per quanto riguarda gli investimenti nel futuro, viene completato da quanto rilevato dalla recente indagine dell’ ufficio studi del quotidiano economico “Il  sole 24 ore”, pubblicata lo scorso 30 agosto, che colloca la nostra Regione ancora una volta ultima per quanto riguarda le  performance ottenute nel campo dell’ istruzione e del mercato del lavoro (soprattutto per via dell’ esplosione della disoccupazione giovanile) e penultima nel contenimento dell’impatto ambientale.  Peraltro scarso risulta anche  l’impegno per la ricerca;  infatti, pur in presenza di un panoplia di incentivazioni, la Sicilia contribuisce solo per il 4% alla spesa in Ricerca e Sviluppo effettuata in Italia, che già  sconta forti divari  rispetto agli standard medi mondiali; la negatività della situazione è confermata dal numero di brevetti depositati, pari a meno di 8 domande per  milione di abitanti rispetto alle 46 della media italiana ( dati tratti dal progetto Resint della Regione Sicilia).
Possiamo, dunque, sintetizzare così: troppo poco impegno per i giovani, per il lavoro, per la ricerca, per l’ambiente, Il tutto mentre si innova poco e non si ammoderna l’apparato produttivo. Cosa volere di più per un radioso futuro di crescita e di sviluppo?

Articolo pubblicato il 29 settembre 2010 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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