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Agricoltura, misure contro la crisi
di Vanessa Paradiso

Il mancato ripristino delle agevolazioni contributive potrebbe presto avere pesanti riscontri. Operatori del settore insoddisfatti dai provvedimenti adottati da Stato e Regione

Tags: Agricoltura, Sviluppo, Carmelo Gurrieri, Cia Sicilia



PALERMO - Da più parti si sollevano denunce e appelli contro la crisi imperante nel settore dell’agricoltura. Il peggio paventato da agricoltori, sindacati e comitati sorti anche spontaneamente, si diffonde a macchia d’olio con “la chiusura di ben 50 mila aziende in un comparto che occupa un milione di siciliani” come dichiarato da Carmelo Gurrieri, presidente della Cia Sicilia.
Le misure e i provvedimenti legislativi richiesti dagli operatori del settore non hanno avuto alcun riscontro concreto: si parla per l’immediato, del riconoscimento dello stato di crisi di mercato e, afferma Gurrieri “la sospensione delle scadenze contributive e previdenziali, l’accelerazione delle procedure per favorire la ristrutturazione debitoria a medio e lungo periodo (15-20 anni), l’eliminazione delle rigidità applicative per i prestiti erogati dalla Crias che mal si adattano alla realtà produttiva agricola, l’immediato pagamento dei premi agroambientali e la modifica dell’erogazione degli aiuti alla viticoltura attraverso il premio ad ettaro”.
 
A ciò si aggiunga “l’abbattimento dei costi di produzione, attraverso l’azzeramento dell’accise sui carburanti agricoli da estendere a tutte le tipologie colturali, la riduzione al 4 per cento dell’Iva sui mezzi di produzione e la stabilizzazione della riduzione degli oneri previdenziali”.

Al riguardo, è intervenuta la Confederazione Produttori Agricoli (Copagri), con il suo presidente nazionale, Franco Verrascina, il quale commentando i dati diffusi a settembre dall’Istat sull’occupazione, afferma che “a fronte di una riduzione generale dell’occupazione che si fa più persistente e più importante nell’industria, spicca l’aumento del 6,7% (dati Istat) dell’occupazione in agricoltura di 57mila unità”. Tutto ciò serve a dimostrare -continua Verrascina : “le potenzialità economiche e sociali dell’agricoltura senza le incertezze sulla fiscalizzazione degli oneri sociali avrebbero potuto sviluppare una crescita ben più sostanziale. E’ un dato che deve far riflettere e spingere verso il ripristino delle agevolazioni contributive”. L’agricoltura è in grado al momento di produrre sviluppo e contribuire concretamente al superamento della crisi economica che investe il paese. Occorre lavorare su questi segnali di fiducia, non disperderli: “il  mancato ripristino delle agevolazioni contributive -continua la Copagri- potrebbe presto avere pesanti riscontri, generando una inversione di rotta e una significative perdita occupazionale”.
 
Si tratta di un paradosso: il prodotto siciliano viene a perdere competitività proprio nel momento in cui aumentano le richieste da tutti i mercati mondiali di Cina e India, in particolare. Circa 48.000 ettari di terreno in Sicilia vengono coltivati ancora a mandorla, 115 milioni di euro la produzione lorda vendibile ogni anno con decine di aziende coinvolte. Eppure, dal 1990 ad oggi, tra Agrigento, Enna e Siracusa, i terreni coltivati segnano un -40%. Ad oggi, la quota di mercato mondiale riservato alla mandorla nata in California è dell’85%, con un prezzo di quattro euro, venduta alle industrie, contro i 4 euro e ottanta centesimi per la “pizzuta di Avola”.
 


Una speculazione legata alle stime di produzione
 
Stesso discorso vale per le arance siciliane che si pagano pochi centesimi al produttore, ma i derivati, compresi il succo d’arancia, costano al consumatore oltre i 3 euro per kg. Come ha sottolineato, il presidente e il direttore della Coldiretti siciliana, Alfredo Mulé e Giuseppe Campione “una vera e propria speculazione dovuta alle stime di produzione. Si raccoglierà meno in Brasile a causa della siccità e anche in Florida ci sarà un taglio produttivo a causa delle gelate invernali. Così, mentre gli agrumicoltori siciliani sono costretti a vendere i loro prodotti di grande qualità per pochi centesimi, i consumatori dovranno acquistare succhi provenienti da tutte le parti del mondo a prezzi esorbitanti. Quel che è peggio, è che non si conosce nemmeno da dove arrivano, perché non c’è l’obbligo dell’indicazione sull’etichetta della provenienza, ma solo lo stabilimento di confezionamento”. Di conseguenza, il succo di arancia proveniente dal continente americano ed importato in grande quantità anche in Europa e nel nostro Paese spesso è “spacciato” sul mercato come Made in Italy. “I prodotti di qualità certificata in Italia sono aumentati toccando quota 194, eppure in Sicilia sono scomparsi 78 produttori e 23 impianti di trasformazione e i prezzi all’origine scendono sempre di più”. Lo mette in evidenza Nicola Perricone, presidente di Acli Terra Sicilia, commentando gli ultimi dati Istat sull’agricoltura italiana. “Si tratta di due elementi in netta contrapposizione”, prosegue Perricone, “perché se da un lato le aziende credono nella qualità, purtroppo dall’altro questa non viene remunerata adeguatamente, con effetti negativi sui redditi di chi produce”.

Articolo pubblicato il 07 ottobre 2010 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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