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La Cina spaventa i coltivatori siciliani
di Michele Giuliano

Duro contraccolpo del mercato isolano dell’agroalimentare: l’ascesa del Paese asiatico e del Sudamerica le principali cause. L’importazione di pomodori cinesi è aumentata del 272 per cento negli ultimi 10 anni

Tags: Agricoltura, Cina, Vincenzo Vinciullo



PALERMO - La globalizzazione una mazzata per l’agricoltura siciliana. L’allarme arriva direttamente da un’analisi di mercato che mette in risalto come molti prodotti dell’Isola, di grande qualità, stanno subendo fortissime contrazioni di vendita come ad esempio il pomodoro San Marzano.

Proprio questo è il versante che più di tutti sta perdendo colpi a causa principalmente dell’importazione in quantità industriale del pomodoro cinese: “Si è registrato – afferma Vincenzo Vinciullo, Vice Presidente della Commissione Affari Istituzionali dell’Ars – un incremento di importazione di pomodori dalla Cina, cresciuta del 272 per cento negli ultimi 10 anni”.

Questo comunque è solo uno degli esempi più lampanti perché si potrebbe anche fare riferimento al vino. Anche in questo caso la Sicilia soffre la concorrenza dei paesi sudamericani i quali vedono crescere le loro importazioni in Italia del 7 per cento mentre la Sicilia, nell’ultimo quinquennio, secondo i dati Istat, è scesa del 3 per cento. Anche in questo caso ci mette lo zampino la Cina: a partire dal 2003 questo mercato orientale ha registrato un tasso di crescita medio annuale del 17 per cento in volume. Il valore complessivo delle vendite al dettaglio ha raggiunto i 7,15 miliardi di dollari.

Da tempo ci si interroga su quello che potrà essere il futuro dell’agroalimentare siciliano e quindi dell’intero comparto agricolo. Settore che tra l’altro non è nemmeno aiutato alle più recenti normative: “Il più delle volte, il prodotto proveniente dalla Cina, non solo risulta essere qualitativamente inferiore a quello italiano, - aggiunge Vinciullo - ma rappresenta un rischio concreto per la salute dei consumatori, come è stato più volte accertato dai sequestri avvenuti. Ma quel che è peggio è che spesso, il prodotto cinese,  una volta trasformato dalle aziende italiane in conserva, finisce per essere spacciato come made in Italy, considerato che la normativa europea impone l’indicazione solamente del luogo di confezionamento del prodotto e non quello di coltivazione. Un utilizzo così massiccio di prodotto estero, più del 15 per cento di tutta la produzione nazionale, provoca un impazzimento del mercato nazionale, con gravissimi e non riparabili danni  alle aziende agricole siciliane”. Secondo Vinciullo occorre quindi adoperarsi per individuare misure capaci di regolare l’ingresso selvaggio di prodotti agroalimentari dall’estero e, in particolare, dal continente asiatico per salvaguardare la produzione locale e gli agricoltori siciliani, applicando misure di salvaguardia dei prodotti coltivati in Italia ed in Sicilia in particolare.

“L’agricoltura ha da sempre caratterizzato la vita del Mezzogiorno e della Sicilia in modo più incisivo – precisa ancora il parlamentare -, influenzandone l’economia e determinandone la crescita o le stasi, e oggi, nonostante la crisi incalzante, continua a rappresentare uno dei settori di traino della nostra economia”. Il messaggio appare chiaro: fare qualcosa subito prima che sia troppo tardi.
 

 
L’approfondimento. 50.000 imprese agricole costrette a chiudere
 
“Il settore agroalimentare è nel pieno di una crisi strutturale che non coinvolge soltanto l’agricoltura siciliana ma ha caratteristiche generali. La situazione è di particolare gravità nel Sud. L’inaccessibilità al credito per le aziende e l’assenza di misure di sostegno efficaci hanno aggravato il pesante stato di crisi del settore”. Lo dice Roberto Commercio, deputato alla Camera, che proprio in Sicilia individua il suo massimo picco negativo: “Nella sola Sicilia – sottolinea - il divario tra costi di produzione e ricavi ha determinato la chiusura in pochi anni di 50.000 imprese agricole”. Ci sono degli spiragli normativi che proprio in questi giorni sono all’esame del parlamento: “Il provvedimento che stiamo discutendo - ha continuato Commercio - aveva l’ambizione di rappresentare una mini finanziaria per il settore agricolo. Così in buona parte purtroppo non è stato, e alla fine la vera novità, comunque positiva, di questo provvedimento, che ora giunge all’esame dell’assemblea con numerose richieste di stralcio, è il rifinanziamento dei contratti di filiera sull’intero territorio nazionale, attraverso il rafforzamento dei distretti agroalimentari. Valutiamo positivamente comunque le disposizioni riguardanti le sanzioni per la produzione e il commercio delle sementi e degli oli, nonché le norme relative alla etichettatura dei prodotti alimentari”.

Articolo pubblicato il 22 ottobre 2010 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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Vincenzo Vinciullo, Vice Presidente della Commissione Affari Istituzionali dell’Ars
Vincenzo Vinciullo, Vice Presidente della Commissione Affari Istituzionali dell’Ars