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22.700 precari costano 384 milioni di euro
di Michele Giuliano

Enti locali. Il peso del personale sulla finanza pubblica.
Piano aziendale. I Comuni navigano a vista senza stilare un documento che fissi criteri, obiettivi e distribuzione del personale, spendendo denaro che potrebbe andare a investimenti e servizi.
Il caso Comitini. Nel centro agrigentino, ben 40 dipendenti su 71 sono a tempo determinato. In proporzione agli abitanti, una media clamorosa di un impiegato ogni 13,7 comitinesi.

Tags: Precari, Enti Locali, Lavoro



PALERMO – Nei Comuni siciliani ci sono quasi 23 mila dipendenti precari, spesso senza grandi professionalità, che costano 384 milioni di euro ogni anno. Un esercito mantenuto dagli enti locali senza un Piano aziendale che fissi criteri, obiettivi e distribuzione del personale da impiegare.
Risultato: uno sperpero di denaro pubblico, somme che altrimenti potrebbero essere destinate ai servizi per i cittadini e agli investimenti in opere pubbliche.
Le assunzioni sono frutto degli “sfasci” del passato, che hanno portato la Sicilia a trovarsi con un precario ogni 220 abitanti, mentre in Lombardia se ne conta uno ogni 321 abitanti (con servizi pubblici nettamente superori alla Sicilia) e in Piemonte addirittura uno ogni 758. Numeri davvero imbarazzanti.
 
Soldi, soldi e solo soldi. Questo è praticamente l’unico contenuto degli interventi che si consumano da anni attorno alle migliaia di precari degli enti locali siciliani. I Comuni chiedono solo stanziamenti per garantire la prosecuzione dell’attività dei lavoratori a tempo determinato ma del Piano aziendale (che fissa criteri, obiettivi e distribuzione del personale da impiegare, che tra l’altro per un ente pubblico è obbligatorio ai sensi dell’articolo 97, comma 2 della Costituzione, che fa riferimento all’imparzialità della pubblica amministrazione) non ce n’è nemmeno l’ombra.

Ovunque ti giri in Sicilia, dai Comuni capoluogo di provincia a quelli più piccoli e spersi tra le alture dei massicci montuosi, non esiste un solo criterio adottato dall’ente locale per migliorare i servizi utilizzando i precari. Un vero scempio di risorse in una terra come quella siciliana, martoriata dai mediocri servizi pubblici in molti casi e sempre più depauperata finanziariamente.
Neanche a dirlo sono proprio i precari la fetta che incide maggiormente sui bilanci. Basta qualche numero relativo proprio ai precari impiegati nei Comuni siciliani per rendere l’idea. Anzitutto ci sono 34.576 unità lavorative che fanno riferimento a questa tipologia di impiego, di cui 22.700 utilizzati dagli enti locali, a cui si aggiungono i 6.573 appartenenti al bacino degli Lsu ed i 5.483 impegnati nell’amministrazione regionale.

In questa inchiesta ci concentriamo prettamente sui precari in forza ai Comuni. Ebbene, siamo in presenza anzitutto di un numero spropositato di personale: un precario ogni 220 abitanti in media, senza contare per l’appunto gli altri lavoratori a carico della Regione. In Lombardia se ne contano uno ogni 321 abitanti (con servizi pubblici nettamente superiori alla Sicilia), in Piemonte addirittura uno ogni 758.

Numeri a confronto davvero imbarazzanti, ma se non dovesse bastare si può anche dire che la Regione sborsa la cifra record di 320 milioni di euro a cui si deve aggiungere il 10 per cento che i Comuni devono corrispondere. Quindi si arriva a 384 milioni di euro, cioè quasi 17 mila euro all’anno a cranio per ogni lavoratore precario aggrappato al posto pubblico (ovviamente il calcolo è al lordo).

Un esercito quindi che da solo dovrebbe essere in grado di far funzionare meravigliosamente la macchina amministrativa. Ed invece i risultati sono sconfortanti.
Al Comune di Palermo oggi sono 21.886 gli stipendiati diretti e indiretti del Comune, dieci anni fa (prima dell’ingresso dei cosiddetti Pip, piani di inserimento professionale) erano 13.733. Secondo quanto risulta all’assessorato regionale al Lavoro la provincia con più Lsu da stabilizzare è Messina, con 2.000 unità circa e Trapani con più di 1.100. C’è spazio anche per un singolare record e spetta alla provincia di Agrigento e precisamente al Comune più piccolo, cioè vale a dire a Comitini. Su 71 dipendenti municipali, 40 sono precari. In proporzione agli abitanti, siamo di fronte ad una media clamorosa: un impiegato ogni 13,7 comitinesi. Come se in Italia lavorassero 4.379.000 unità.

I precari nei Comuni stanno anche producendo un effetto distorsivo, come denuncia il sindaco di Castelbuono, paesino in provincia di Palermo, Mario Cicero: “La presenza dei lavoratori a tempo determinato presso il mio Comune – evidenzia – ha prodotto una riduzione delle assunzioni dei lavoratori a tempo indeterminato e ha conseguentemente preteso un adattamento dell’Ente alle esigenze di una politica occupazionale che non corrisponde nella sua interezza al reale fabbisogno di professionalità del Comune”.

Un’altra conferma che arriva sempre dal palermitano, ed in particolare da Partinico, paese di 32 mila abitanti con quasi 500 precari sul groppone. Nonostante questo numero spropositato, non ci sono operai specializzati al cimitero, tanto da spingere in questi ultimi giorni i due assessori, Mimo Briganò e Giacomo Russo, a prendere la zappa in mano per fresare un terreno: “Servono determinati profili che in questo campo non abbiamo”, dicono malinconicamente.

Articolo pubblicato il 22 ottobre 2010 - © RIPRODUZIONE RISERVATA




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