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Sicilia, tanti Dop e Igp ma poco export
di Vanessa Paradiso

Nell’Isola si contano 27 prodotti tutelati, ma escluso il settore vitivinicolo, pochi altri riescono ad avere un buon mercato europeo. Dopo il riconoscimento il prezzo aumenta a dismisura e diventa difficile la commercializzazione

Tags: Unione Europea, Agricoltura, Gerardo Diana



PALERMO - Il numero dei prodotti Dop e Igp nell’Unione Europea continua ad aumentare, ma il fatturato non presenta un adeguato sviluppo per tutti i nostri prodotti tipici.
I dati pubblicati da Ismea (Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare) mostrano che nel corso del primo trimestre 2010, così come per i precedenti periodi esaminati, il numero dei riconoscimenti italiani riescono ad incidere poco sul fatturato globale dell’Europa. Esaminando il settore ortofrutta, l’Ismea segnala che di fronte al 38% del totale dei riconoscimenti italiani, si ha solo un incidenza del 4% sul fatturato totale Ue. Per l’olio di oliva italiano che raggruppa il 19% dei marchi Ue il giro d’affari è appena il 2% del fatturato del settore.

L’Italia è in Europa il principale Paese Dop, 213 i prodotti tipici riconosciuti, mentre in Francia sono 176 e in Spagna 140, ma a fronte di questo primato dobbiamo prendere atto che solo dieci sono i marchi che coprono l’80% del fatturato del settore e oltre il 93% dell’export e riguardano soltanto parmigiano reggiano, grana padano, prosciutto di Parma e San Daniele.

In Sicilia, vantiamo ben 27 prodotti tutelati, ma escluso il settore vinicolo, pochi altri riescono ad avere un adeguato sviluppo dei fatturati nel mercato europeo. Per la maggior parte dei nostri prodotti riusciamo ad ottenere un solo vantaggio, laddove al momento del riconoscimento il prezzo aumenta a dismisura, sino a poi renderne impossibile la commercializzazione.

È il caso del suino nero dei Nebrodi, del pistacchio di Bronte, delle mandorle di Noto ed Avola, dell’olio Dop degli Iblei e così via. La professoressa Giuseppina Carrà, docente di Economia e Politica agraria nella facoltà di Agraria dell’Università di Catania e presidente della Società italiana di economia agraria (Sidea) ha affermato che “non si può pensare di salvare la situazione con la semplice istituzione dei marchi di qualità.

La Sicilia si distingue perché nella nostra Isola contiamo un numero molto elevato di prodotti con marchio Doc, Ip, Dop. E di questo siamo fieri. Ma non basta il riconoscimento del marchio di un prodotto perché gli agricoltori da soli possano ottenere i ricavi necessari per sopravvivere. Occorre una presenza più forte delle istituzioni pubbliche e organizzative per migliorare sia le relazioni all’interno della filiera, sia quelle verso i mercati. L’innovazione non può essere solo tecnica o tecnologica, ma deve essere organizzativa. Se non c’è una organizzazione che sostiene la qualità del prodotto, è chiaro che i risultati saranno modesti. Le nostre imprese sono di piccole dimensioni, hanno difficoltà a stabilire rapporti col mercato, quindi devono sostenere alti costi di transazione per raggiungere il mercato. Ecco che così, ai costi per produrre - la qualità costa - si aggiungono i costi per vendere e per innovare. Questo è l’aspetto critico su cui intervenire: occorre che gli agricoltori sappiano cosa vendere e cosa vuole il consumatore”.
 


L’importanza delle azioni dell’Ue per la nostra Isola
 
I dati Ismea mostrano che nel corso del primo trimestre 2010 i consumi interni sono stati stabili (+0,1%), ma si è registrato un aumento sul fronte dell’export (+15%). L’Europa punta sul rafforzamento dei prodotti tipici, ma è necessario che il governo regionale e nazionale si adoperino, poiché gli ultimi accordi commerciali che l’Ue sta siglando con i paesi terzi (vedi in dirittura d’arrivo quelli con il Marocco) salvaguardano più i prodotti che interessano l’Europa continentale (latte, riso, zucchero e carne) e meno le produzioni mediterranee. Vale per questo, quanto affermato dal presidente di Confagricoltura Sicilia, Gerardo Diana, che sottolineando ancora una volta la crisi nel settore agricolo che espone al rischio del fallimento delle nostre imprese, invoca un piano di rilancio per fronteggiare la crisi internazionale, la concorrenza sleale e le politiche punitive del governo nazionale che, oltre a tagliare i finanziamenti al settore, nega alla Sicilia i fondi Fas. Intanto il senatore Giuseppe Lumia del Pd aggiunge che “è necessario intervenire al più presto per dare fiato alle aziende agricole ormai al collasso. La Sicilia non può permettersi di rinunciare ad una produzione di grande qualità che rappresenta un importante patrimonio economico, alimentare e culturale”.

Articolo pubblicato il 16 novembre 2010 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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Gerardo Diana, presidente di Confagricoltura Sicilia
Gerardo Diana, presidente di Confagricoltura Sicilia


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