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Quotidiano di Sicilia

Uno squilibrato sistema di welfare e giovani più distanti dal lavoro
di Claudia Calì

Secondo l’Istat vi sarebbe una forte asimmetria tra i soggetti colpiti dalla crisi: under 30 senza tutele. Il 43% dei ragazzi tra i 18 e i 29 anni non trova occupazione in Sicilia

Tags: Lavoro, Istat, Disoccupazione, Giovani, Welfare



PALERMO - Un giovane meridionale su quattro non ha lavoro. Questo il dato riportato dall’Istat con riferimento al primo semestre 2010. Nel Rapporto Annuale, gli analisti Istat tracciano  un’immagine dell’economia del Mezzogiorno che registra i primi deboli segnali di ripresa, ma che non lasciano il posto all’ottimismo. Infatti permane negativo il bilancio delle conseguenze di una crisi che ha segnato soprattutto il mondo del lavoro giovanile. La fascia più colpita: i ragazzi dai 18 ai 29 anni. Un dato allarmante, secondo Istat, le cui cause vanno ricercate nell’attivazione di paracaduti sociali, necessari a tamponare la crisi.

Una crisi dagli eventi economici drammatici che dal 2008 al 2010 ha registrato i dati più drammatici della storia economica recente, con ripercussioni in tutti i settori dell’economia siciliana (ad esclusione dell’agricoltura). Il risultato: un tasso di disoccupazione che in Sicilia tocca una quota del 15,4%, il doppio di quello nazionale che è del 8,7% e superiore al 13,9% registrato nel Meridione.

Solo nel primo semestre del 2010 l’occupazione siciliana è diminuita del 2,6%, manifestando una accelerazione della caduta registrata rispetto al 2009. Un dato peggiore rispetto a quello nazionale (-0,9%) e a quello meridionale (-1,8%). Gli occupati, a differenza del precedente anno, sono diminuiti sia tra gli uomini (-2,4%), ma soprattutto tra le donne (-2,9). Sono le donne infatti le più colpite dalla crisi: il tasso di disoccupazione femminile in Sicilia si attesta sul 44,2% mentre il 43% sono i giovani tra i 18 e i 29 che rimangono senza lavoro.

Secondo gli analisti uno squilibrato sistema di welfare e di ammortizzatori sociali ha inevitabilmente generato una forte asimmetria tra soggetti colpiti e sistema di tutele. Infatti l’utilizzo di politiche di contenimento, come la Cig, seppur necessarie, sono state rivolte essenzialmente ai padri di famiglia più che ai giovani. Si è deciso di tutelare le famiglie dalla contrazione di reddito, riducendo di fatto il rischio di cadere in situazioni di disagio economico. 
Se da un lato questa scelta ha permesso di ridurre gli effetti della crisi economica, dall’altro le famiglie hanno dovuto sopportare il peso della mancanza di occupazione dei figli. Questa situazione pone oggi interrogativi preoccupanti su scenari di lungo periodo, soprattutto perché i giovani sono i pilastri dell’economia del futuro.

L’Italia, secondo Paese più anziano d’Europa, dopo la Germania, ha l’urgenza di disporre, nel futuro, di persone adulte capaci di sostenere la crescita economica e di farsi carico della popolazione non attiva. Ciò vuol dire che l’investimento in chi è oggi giovane dovrebbe essere recepito come sostegno alla società.
Diviene dunque necessario per l’Istat correre ai ripari partendo da investimenti nell’ambito della formazione giovanile. Primario, infatti secondo gli analisti, la scelta di aumentare le competenze che non sono solo le conoscenze scolastiche, ma le capacità di applicare queste conoscenze alla risoluzione dei problemi nel mondo del lavoro.

Purtroppo molte indicazioni a livello internazionale segnalano che i quindicenni italiani hanno forti carenze rispetto ai coetanei europei nella formazione. Questa forbice si allarga poi se viene preso come riferimento il dato sulla formazione al Sud d’Italia. Infatti il divario tra le regioni meridionali e il resto del Paese riguardano non solo le dimensioni economiche più conosciute – PIL e mercato del lavoro – ma anche una differenza nell’offerta formativa e più in generale di servizi ai cittadini.

La presenza di progetti locali, troppo spesso segnati da inefficienze e clientelismo, più che puntare sul futuro dei giovani, ha diffuso un senso di scoraggiamento, che si è tradotto col tempo con l’aumento dell’inattività “totale”. In questo ambito giocano un ruolo fondamentale le politiche, intese a incrementare e migliorare la qualità del capitale umano dei giovani meridionali per un disegno di sviluppo che collochi il Sud e la Sicilia sul terreno della competizione mondiale.
 


L’approfondimento. Crescono i flussi migratori verso il centro-nord
 
Le analisi Istat mostrano da un lato una progressiva e crescente penalizzazione dei giovani ad elevata scolarizzazione e dall’altro anche una interruzione del processo di crescita della scolarizzazione, soprattutto universitaria. Emerge, dunque, in tutto il Mezzogiorno, l’esistenza di una vera e propria questione giovanile che si manifesta, a diversi stadi e livelli di intensità, in una riduzione delle iscrizioni all’Università, in una crescita del precariato e dell’inoccupazione giovanile (con la crisi dell’ultimo biennio) ed una netta ripresa dei flussi migratori verso l’estero e il Centro-Nord. Più del 60% delle persone che hanno perso il lavoro nei due anni di crisi (tra la metà del 2008 e la metà del 2010) era impiegata al Sud, dove invece si concentra circa un quarto dell’occupazione italiana. Parliamo di 361 mila posti di lavoro persi al Sud su un totale nazionale di 574 mila. Tutto il calo dell’occupazione italiana è inoltre concentrato nelle fasce di età giovanile. Il crollo dell’occupazione più giovane è particolarmente forte al Sud dove  gli occupati dai 15 ai 34 anni sono diminuiti di ben 344 mila unità (-8,5%, a fronte del  -4,8% al Centro-Nord).

Articolo pubblicato il 07 dicembre 2010 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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