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La menzogna sui tagli alla cultura
di Carlo Alberto Tregua

Baremboim spiega ciò che non sa

Tags: Daniel Barenboim, Cultura, Giorgio Napolitano



Il maestro e direttore d’orchestra Daniel Barenboim, la sera di martedì 7 dicembre, alla prima della Valchiria di Wagner alla Scala, ha fatto un sermoncino agli spettatori.
“Signor Presidente - rivolto al Capo dello Stato, Giorgio Napolitano -  sono qui come maestro scaligero, ma anche a nome dei miei colleghi che suonano, ballano e lavorano..., per dire a che punto siamo profondamente preoccupati per il futuro della cultura in questo Paese e in Europa”. Il maestro continua: “L’articolo 9 della Costituzione promuove lo sviluppo della cultura, della ricerca, la tutela del patrimonio storico e artistico della nazione”.
Il richiamo alla Costituzione è sempre positivo perché essa costituisce per gli italiani una stella polare. Non vi è alcun cittadino che non possa concordare col citato articolo 9. Ma il richiamo di Barenboim è sembrato un pistolotto suggerito dai soliti parassiti che dalla cultura traggono benefici personali e privati. Anche in questo caso si sfrutta un tema fondamentale per nascondere l’effettiva valenza di comportamenti negativi destinati a depredare le casse dello Stato attraverso operazioni clientelari.

Se il maestro si fosse ben documentato, avrebbe appurato che il Paese dedica cospicue risorse statali e locali alla cultura, seppure mai sufficienti. Il guaio è, avrebbe dovuto dire Barenboim, che con il suo comportamento furbetto ha voluto strappare facili applausi, che delle risorse destinate alla cultura, tre quarti sono letteralmente divorati dagli apparati, dentro cui un ceto politico senza etica ha infilato i propri galoppini in quantità abnorme, non certamente funzionale alla produzione di quei servizi.
I radical chic presenti, quasi tutti della buona borghesia milanese, hanno applaudito, senza chiedere conto al Maestro, di questa ambiguità: quanto va agli apparati e quanto va alla produzione dei servizi culturali. Applaude a questi sermoncini da prima elementare solo chi non usa la propria testa, chi non fa analisi appropriate, chi non si informa per capire dov’è la verità.
I tredici teatri lirici italiani e i numerosissimi teatri regionali e comunali potrebbero fare più cultura se mettessero in rete i propri servizi in modo da abbassare i costi degli apparati e limitare la presenza di dipendenti non collegati a un Piano aziendale, inesistente in tutti i teatri.
 
Il ministero della Cultura è pieno zeppo di personale inutile, le Soprintendenze sono anch’esse ben farcite di personale inutile, tutti insieme sperperano risorse reperite attraverso le imposte pagate dagli italiani e non riescono a fare la indispensabile manutenzione di tutti quei beni archeologici e ambientali di cui è ricchissimo il Paese. I due crolli nella città di Pompei sono la testimonianza di un utilizzo sbagliato delle risorse, divorate dai dipendenti invece che essere utilizzate per preservare il prezioso patrimonio.
Bisogna smetterla di continuare in questo comportamento clientelare, rinsavire ed entrare nell’ordine di idee che bisogna utilizzare al meglio le risorse disponibili per ottenere i massimi risultati.
La questione non riguarda solo la cultura ma tutti i settori della pubblica amministrazione che devono produrre servizi i quali normalmente sono scadenti per qualità e costosi oltre ogni limite tollerabile.

Il cancro è la pubblica amministrazione, nella quale, però, vi sono numerosi professionisti che non vengono utilizzati al meglio perché domina la cultura del favore. Si sa, che il favore collide con il merito. Fino a quando i governi non si preoccuperanno di inserire dosi massicce di merito e responsabilità nella Pa, questa continuerà a divorare risorse producendo servizi scadenti e bloccando l’economia nazionale.
La Giustizia è il settore più evidente della disfunzione della pubblica amministrazione. I giudici sono chiamati a fare sentenze, più ne fanno e più processi si chiudono. Gli avvocati sono chiamati a dare la migliore difesa al proprio cliente, diritto costituzionale, ma la loro etica dovrebbe imporre di evitare prolissi allungamenti delle procedure che contribuiscono all’allungamento dei processi. I dirigenti e il personale amministrativo dovrebbero funzionare come in una moderna azienda di servizi ed essere dotati di tutti gli strumenti informatici e lavorare solo in modo digitalizzato.
Sogno? Sì, ma senza sogni non si costruisce il futuro.

Articolo pubblicato il 18 dicembre 2010 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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