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Depuratori in Sicilia, niente di nuovo sopra le fognature
di Rosario Battiato

Il ministro dell’Ambiente risponde al Question time della Camera e conferma il deficit degli impianti. Prestigiacomo: 74 comuni dell’Isola su 178 in Italia e 11 riserve nel mirino dell’Ue

Tags: Depuratori, Fogne, Stefania Prestigiacomo, Ambiente



ROMA – Niente di nuovo sotto il sole. La situazione depuratori al Sud resta particolarmente critica e lo conferma il ministro Stefania Prestigiacomo rispondendo al Question Time della Camera lo scorso 15 dicembre. “I ritardi riscontrati - ha spiegato il ministro - non sono addebitabili nella maggioranza dei casi a carenza di risorse ma piuttosto alla complessità delle procedure e ad una elevata conflittualità locale che induce contenziosi amministrativi spesso paralizzanti”.

Il problema è funzionale alle città meridionali come del resto già ampiamente testimoniato dai richiami di Bruxelles “che ha segnalato il mancato adeguamento alle normative comunitarie degli impianti di raccolta e depurazione dei reflui urbani di oltre 500 Comuni”. Una scoperta del tutto ovvia quella del ministro siracusano che ha precisato come “la maggior parte degli agglomerati messi sotto accusa dall’Ue si trova nelle regioni del sud, con la maggiore criticità in Sicilia dove l’inadempienza assume i caratteristici di una questione endemica”. Tuttavia da Roma se ne lavano le mani, chiamando in causa le Regioni e quindi lanciando un metaforico fendente a Palermo nell’ottica di un duello sempre più caldo, che passa dall’emergenza rifiuti fino alla questione del rigassificatore.

“Il ministero dell’Ambiente - ha spiegato la Prestigiacomo - non ha ovviamente competenze dirette nella realizzazione degli impianti, che spetta alle Regioni” e “svolge in questo campo una attività di indirizzo e coordinamento e ha avviato già da maggio scorso una serie di  tavoli di confronto con le Regioni interessate al fine di accelerare il processo di realizzazione delle opere necessarie”. Tuttavia la pressione europea impone un’azione coordinata Stato-Regione e a tal proposito “per ciascuna Regione sono state valutate le problematiche relative ad ogni singolo agglomerato, identificate le priorità di intervento ed è stato richiesto alle Regioni l’assunzione di impegni programmatici ed economici, nonché l’immediata  risoluzione delle problematiche ancora esistenti e comunque necessarie a fornire un chiaro segnale di impegno alla Commissione Europea”.

Solo l’estate scorsa proprio la Commissione Europea aveva deferito l’Italia alla Corte di giustizia dell’Unione europea per la violazione della normativa comunitaria sul trattamento delle acque reflue urbane in base alla quale entro il 31 dicembre 2000 si sarebbero dovuti predisporre sistemi adeguati nei centri urbani con oltre 15.000 abitanti. Sono 74 i comuni siciliani finiti nel mirino dell’Europa su 178 complessivi, e sono coinvolte non solo le principali realtà urbane come Palermo, Catania e Messina, ma anche altri centri che presentano gravissimi deficit alla rete fognaria o al funzionamento dei depuratori. Inoltre, nella lista nera sono finite anche 11 aree protette.
 
La Sicilia rischia sanzioni milionarie sia riferite ai singoli centri (si parla di 200mila euro per ogni anno di ritardo verso ciascun agglomerato urbano) che al sistema generale dell’impianto fognario della Regione. Le sanzioni per l’Italia potrebbero oscillare tra 22 mila e 700 mila euro al giorno (da quando è stata accertata al momento della sanzione ufficiale) nel caso in cui venisse dimostrato presso la Corte la violazione dell’obbligo comunitario, e quindi l’inadempimento, con la conseguente l’assenza del rimedio alla violazione accertata. Cifre che sarebbero decurtate all’Italia sottoforma di mancato invio di fondi europei.

Articolo pubblicato il 21 dicembre 2010 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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