Per accedere al QdS ed all'archivio utente password registrati e abbonatipassword dimenticata
facebook qdsIl Quotidiano di Sicilia � su Twitterrss qds

Quotidiano di Sicilia

Con la crisi dell’artigianato scompaiono i mestieri storici
di Michele Giuliano

Tra il 2009 e il 2010 hanno chiuso i battenti circa 2.000 imprese: mancano le scuole artigiane. Pupari, tornitori del legno, intagliatori, scalpellini, intrecciatori sono sempre di meno

Tags: Artigianato, Unioncamere, Occupazione, Lavoro, Nunzio Reina



PALERMO - Ultimi due anni terribili per l’artigianato siciliano. Il 2009 e il 2010 hanno visto salutare qualcosa come 2.000 imprese, secondo i riscontri fatti da Unioncamere, Confartigianato e Camera di Commercio. Un’emorragia dunque pericolosamente  sempre costante che non riesce a trovare argini nemmeno nelle misure (forse troppo blande) di Regione e Stato.

Probabilmente i provvedimenti intrapresi attraverso bandi a fondo perduto non sono realmente la panacea di tutti i mali. Sta di fatto che aumenta inesorabilmente in Sicilia il numero degli artigiani che chiudono bottega. Guardando agli ultimi dati forniti da Infocamere-Movimprese si contano 5.000 cessazioni di attività a fronte di circa 4.000 aperture soltanto nel 2010. Se a questi aggiungiamo gli altri 1.000 artigiani in meno che già nel 2009 si erano registrati, ecco che viene fuori come in un biennio già 2.000 imprese hanno chiuso i battenti. E emergono anche fattori abbastanza “inquietanti”. Ad esempio a Palermo il dato porta con sé un’ulteriore conseguenza: la lenta scomparsa dei mestieri storici. Pupari, tornitori del legno, intagliatori, scalpellini, intrecciatori sono sempre di meno.

Quattro, secondo il presidente di Confartigianato Palermo Nunzio Reina, sono i punti sui quali sarebbe necessario intervenire per modificare il trend negativo: accesso al credito, per dare aria agli artigiani ed evitare il ricorso agli usurai; apertura ai mercati internazionali, per fare conoscere i prodotti all’estero e agevolare le esportazioni di prodotti tipici; creare scuole artigiane per insegnare i vecchi mestieri alle nuove generazioni e, infine, stanziare fondi per l’apprendistato. Un atto quest’ultimo necessario per scongiurare - dice Reina - il lavoro nero, perché un apprendista che non viene messo in regola, non potendo acquisire il titolo di artigiano, resterà per sempre fuori dal mondo del lavoro regolare".

In termini di occupazione, poi, le associazioni di categoria ipotizzano un calo di addetti non inferiore al 20 per cento. «Tra coloro che hanno risentito maggiormente della crisi ci sono sicuramente gli artigiani che operano nell’edilizia, come installatori, elettricisti e imbianchini, colpiti da una parte dal crollo degli appalti pubblici e dall’altro da una minore propensione delle famiglie a spendere”, sottolinea Sebastiano Canzoneri, segretario provinciale della Cna. Stessa sorte è toccata a meccanici, carrozzieri ed elettrauto, la cui chiusura è legata alla “modernizzazione forzata” imposta dalle case automobilistiche e dalle nuove tecnologie: “Modernizzazione – continua Canzoneri – presuppone grossi investimenti difficilmente sostenibili dalla maggior parte degli artigiani , che non se lo possono permettere”.

In crisi anche i servizi alla persona (acconciatori ed estetisti in prima fila) decimati, oltre che dalle difficoltà di mettersi al passo con le nuove normative, anche dalla contrazione della spesa da parte delle famiglie. A tenere sono stati, invece, i settori a più alto valore aggiunto: meccanica specialistica, elettromeccanica ed elettronica, agroalimentare.
 


L’approfondimento. Imprese chiuse per il fisco ma operanti in nero
 
In queste situazioni di crisi così profonda nasce più di un dubbio: ma davvero l’emorragia produttiva è così imponente? In realtà dietro a questi numeri ci sta anche un fenomeno del sommerso che ovviamente è incalcolabile. Una preoccupazione che condivide il segretario siciliano della Cna: “Molti di questi artigiani colpiti dalla crisi – spiega - in realtà, dopo aver chiuso ufficialmente l’attività, proseguono in nero aggravando ulteriormente la loro situazione col pericolo di incorrere in sanzioni e denunce e facendo concorrenza sleale a chi è in regola”.
E allora come uscire da questa trappola? Le organizzazioni di categoria tornano ancora a parlare di migliorare l’efficienza della Regione nella spesa pubblica. Poi incentivare l’apprendistato significherebbe anche garantire la nascita di scuole artigiane anche per il recupero di antichi mestieri, favorire l’accesso al credito. Che le imprese abbiano fame di denaro e voglia di investire, d’altronde, lo prova il successo del bando per i finanziamenti destinati all’acquisto di attrezzature: in 24 ore lo scorso anno all’assessorato regionale sono arrivate più di 1.300 domande che hanno coperto già lo stanziamento di 25 milioni di euro.

Articolo pubblicato il 22 gennaio 2011 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


comments powered by Disqus