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Borsa: Sicilia fanalino di coda, solo una società quotata
di Salvatore Sacco

Analisi di vantaggi e svantaggi per l’Isola dall’evoluzione delle Borse mondiali verso megadimensioni. Al Sud sotto la media: in Sardegna e Campania quattro società, in Puglia tre

Tags: Borsa, Imprese, Sicilia



PALERMO - Continua la corsa al gigantismo dei mercati borsistici internazionali. Nel 2007 si ebbero fusioni fra Borsa Italiana e Lo Stock Exchange di Londra (LSE) e fra Borsa di New York (Nyse) ed Euronext (borse di Parigi, Amsterdam, Bruxelles e Lisbona), successivamente l’Omx (Borse scandinave) entrò nell’orbita del Nasdaq di Wall Street. In atto, altre grandi operazioni sono in corso: la fusione tra lo stesso Lse e la Borsa canadese Tmx, mentre la Borsa tedesca di Francoforte tratta con il Nyse; in movimento anche l’Estremo Oriente: Singapore cerca di rilevare la Borsa di Sidney, mentre quella di Hong Kong, cerca partnership internazionali. è probabile che entro il 2020 le borse mondiali si riducano a cinque o sei. I mercati borsistici si orientano verso grandi coalizioni transcontinentali non rigidamente regolate (al di là dell’ uso di software comuni), ma controllate  tramite congegni societari centrali, mentre le società-mercato restano sostanzialmente autonome, soluzione ottimale per enti che operano in Paesi con contesti normativi e regolamentari differenti.

 Quali potrebbero essere i vantaggi e gli svantaggi di questa evoluzione dei mercati borsistici e quali riflessi potrebbero esserci per la Sicilia? Semplificando per ovvie esigenze di sintesi, i vantaggi dovrebbero consistere, in primo luogo, nel contenimento dei costi e nel miglioramento della qualità dei servizi, derivante dalla accentuazione della concorrenza; in secondo luogo, si dovrebbe determinare un’espansione di alcuni segmenti specialistici del mercato con conseguenti vantaggi in termini di competitività per specifici comparti economici. è, comunque, probabile che tali vantaggi siano appannaggio solo di chi li sa o li può sfruttare. Al contrario gli svantaggi derivano dall’accrescimento dei potenziali conflitti di interesse che potrebbero aumentare esponenzialmente con l’ampliarsi delle dimensioni operative; occorre ricordare, infatti, che le borse sono esse stesse società quotate finalizzate al profitto degli azionisti, fra cui vi sono anche molti loro clienti. Anche in questo caso, dunque, gli svantaggi saranno evitati meglio da chi è più attrezzato ad affrontare questi mercati.

Che gli operatori economici siciliani non siano propriamente da considerare fra questi ultimi fortunati utenti lo si può desumere da alcuni dati: le famiglie in possesso di azioni sono circa l’ 1%, contro una media nazionale pari a più del 10% (stime su dati Banca d’Italia, “Indagine sui bilanci delle famiglie italiane nell’ anno 2008”) mentre , per quanto riguarda le imprese, una sola società siciliana è quotata in borsa (la Aicon, intraprendente azienda cantieristica, che però fin dalla data di ammissione al listino, nel 2007, ha attraversato diverse situazioni di difficoltà), dunque, sotto questo aspetto, la nostra isola è al di sotto della media delle altre grandi regioni del Mezzogiorno: La Puglia conta 3 società quotate, come la Campania, mentre la Sardegna ne conta addirittura 4, e molte di tali società sono abbastanza in salute. In particolare, per quanto riguarda le opportunità offerte nel campo della innovazione, può essere interessante ricordare che la Sicilia, a differenza di quanto avvenuto per le altre regioni sud insulari, non ha avuto nessuna azienda locale del settore nuove tecnologie presente su questi mercati, nonostante le forme agevolative che il mercato borsistico nazionale aveva offerto per tali imprese prima della esplosione della bolla finanziaria che coinvolse, a cavallo del 2000, le cosìddette new tech.

In questa situazione è probabile che la Sicilia non sia in grado di sfruttare le potenzialità che l’evoluzione del mercato borsistico potrebbe portare; non c’è da meravigliarsi in un scenario in cui le imprese sono ancora oberate da enormi problemi nel reperire risorse creditizie tradizionali; tuttavia deve tenersi presente che nell’attuale contesto globalizzato ciò significherebbe una più che proporzionale perdita di competitività del nostro sistema-regione.

Articolo pubblicato il 02 marzo 2011 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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