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Quotidiano di Sicilia

La cattura dei latitanti priorità impellente
di Giuliana Mazzola

Forum con col. Teo Luzi, comandante provinciale Carabinieri Palermo

Tags: Teo Luzi



Come si articola sul territorio il Comando Provinciale dei Carabinieri?
“Il Comando è suddiviso in due gruppi e in un reparto operativo. Il gruppo di Palermo conta cinque compagnie che hanno competenza anche sui cosiddetti comuni satelliti rappresentati da Misilmeri, Carini, Bagheria e Villabate. Il secondo gruppo è quello di Monreale che conta sette compagnie e che ha competenza sulle provincie di Petralia Sottana, Partinico, Corleone, Cefalù, Termini Imerese e Lercara Friddi. Dalle 12 compagnie dipendono complessivamente 103 stazioni che contano 2.500 uomini. Il reparto operativo ne conta invece 450 e si occupa di attività investigativa e informativa applicata al fenomeno mafioso. Abbiamo inoltre la radio mobile che svolge un’attività di pronto intervento in alternanza con la polizia di stato.

Com’è organizzata la direzione distrettuale antimafia?
“Nell’ambito provinciale dei carabinieri ci sono due grandi aree, il nucleo Investigativo Provinciale e la Sezione Anticrimine dipendente dal Ros di Roma. Questi reparti sono stati strutturati per combattere Cosa Nostra ed essendo io il Comandante provinciale, per legge ho il compito di coordinarli. La nostra lotta alla mafia avviene essenzialmente mediante il contrasto associativo, il sequestro dei beni e la cattura dei latitanti, che costituisce una priorità operativa per il nostro Comando. Occorre infatti interdire l’azione di questi soggetti, che con il prolungarsi della latitanza acquistano sempre più prestigio criminale.  Chiaramente di volta in volta bisogna rimodulare le varie articolazioni in relazione alle emergenze che si presentano. In questo contesto, ad esempio, ha preso forma l’operazione denominata Perseo che ha portato alla cattura di 99 soggetti”.

Qual è la prassi che seguite in merito alla confisca dei beni?
“La polizia giudiziaria esegue in un primo momento un’indagine patrimoniale che in genere deriva dall’arresto di un mafioso, effettuando uno screening a 360 gradi sull’intero patrimonio del soggetto in questione e calcolando i beni intestati e le varie transazioni finanziarie che sono state fatte. Naturalmente occorre dimostrare che i beni derivano da attività illecite. Gli elementi di carattere giudiziario che ne attestano la provenienza, vengono raccolti mediante le informazioni ottenute attraverso intercettazioni e pedinamenti. Nella fase successiva la sezione specializzata sulle misure patrimoniali della Procura della Repubblica, valuta l’indagine nel suo complesso e chiede al tribunale di procedere con il sequestro. Dopo ulteriori indagini si arriva quindi alla confisca che rende automaticamente il bene di proprietà del demanio dello stato, che lo dovrà utilizzare per finalità pubbliche e sociali. Tuttavia la procedura è piuttosto lenta dato che il governo non ha apportato le dovute modifiche. Va considerato inoltre che circa il 70 per cento dei beni sequestrati sono soggetti a ipoteca e che in alcuni casi ci sono dei mutui ancora in corso”.

Quali sono le vostre competenze in relazione all’emergenza rifiuti? 
“La dichiarazione dello stato di emergenza ha reso necessario il nostro intervento in merito alle forme di reato connesse all’abbandono di rifiuti. Negli ultimi 6 mesi abbiamo denunciato circa 160 persone. La sezione che si occupa delle problematiche legate alla difesa delle risorse del patrimonio ambientale è rappresentata dal nucleo operativo ecologico, che nello specifico svolge un’attività di prevenzione attraverso delle verifiche e di repressione, là dove vi sono delle violazioni compiute in materia ambientale. Queste attività sono integrate dal lavoro di controllo territoriale svolto dalle pattuglie”.
 
Che ruolo avrà la criminalità organizzata nel futuro delle nuove generazioni?   
“Secondo le statistiche nazionali il livello di criminalità presente nel capoluogo siciliano è medio basso. Più che altro parliamo di una microcriminalità conseguente alla lotta alla mafia, che comporta degli effetti collaterali come la presenza di “cani sciolti”. A Palermo si registra il 50 per cento del totale dei beni confiscati sull’intero territorio nazionale. Cosa Nostra è in un momento di difficoltà e di indebolimento organizzativo, ma ciò non toglie che non è in ginocchio. Bisogna andare avanti con la nostra battaglia, proprio per evitare che nel giro di 5 o 6 anni questa possa riorganizzarsi. Anche se non ci sono più i grandi protagonisti, ci sono ancora alcuni latitanti che rappresentano dei punti di riferimento per la criminalità organizzata, sui quali ovviamente sono state già avviate le indagini. Se l’amministrazione pubblica non funziona e se le prospettive economiche sono completamente negative, è chiaro che le nuove generazioni che sono state educate alla legalità nel momento in cui dovranno scontrarsi con il pane quotidiano, saranno più vulnerabili ai fenomeni legati alla criminalità. Il potere mafioso è tanto più forte quanto è più debole l’amministrazione pubblica. Bisogna combattere in particolare il problema del racket, grazie al quale l’organizzazione mafiosa si autofinanzia, impone l’omertà e ottiene il voto di scambio. Le grandi operazioni che hanno visto la cattura delle personalità di spicco di Cosa nostra, devono essere seguite da una più forte sensibilizzazione alla legalità delle nuove generazioni”.

Articolo pubblicato il 03 luglio 2009 - © RIPRODUZIONE RISERVATA




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