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Pannelli dalle pale di fico d’India
di Marina Pupella

Filippo Albamonte ha depositato il brevetto nel 2008: “Il mio interesse esclusivo è fare chiarezza”. Due docenti si vantarono dell’idea già brevettata da un agronomo palermitano

Tags: Fico D'India, Energia



PALERMO - Lo scorso 9 febbraio il Quotidiano di Sicilia si è occupato di una scoperta fatta da due docenti dell’Università di Palermo Antonio Valenza e Antonio De Vecchi. Si trattava della realizzazione in laboratorio di isolanti termo-acustici ecosostenibili, utilizzando le pale di opuntia ficus indica, il fico d’India.

A distanza di tre mesi, il vero padre del pannello di fico d’India, un agronomo del capoluogo siciliano Filippo Albamonte, ha voluto fare chiarezza sulla vicenda. E prove alla mano- ha esibito la certificazione dell’Ufficio italiano brevetti e marchi che attesta la deposizione del progetto in data 16 ottobre 2008- ha dimostrato che l’invenzione era la sua e non dei prof di ingegneria. In più, il giovane ricercatore che è anche leader di un affermato gruppo musicale, i “Futuraretrò”, aveva discusso la tesi di laurea nell’anno accademico 2007-2008 sulle “Possibili utilizzazioni tecnologiche dei cladodi di opuntia ficus indica”. Ma anche un altro studente della facoltà di Ingegneria aveva presentato nel 2009 una tesi analoga, i cui relatori erano Valenza e De Vecchi. Il Quotidiano di Sicilia è andato a verificare le date dei due lavori ed ha constato che la pubblicazione di Albamonte è anteriore.

“Desidero sottolineare che il mio interesse oggi è quello di fare chiarezza - dice Albamonte - e non quello di accusare o polemizzare con qualcuno. Le caratteristiche isolanti delle pale di fico d’india sono state ipotizzate e studiate per la prima volta al mondo da me. Sono il primo ricercatore che ha ipotizzato un processo industriale che permettesse la realizzazione di pannelli isolanti a partire da questo materiale, risolvendo alcuni problemi tecnici tipo l’essiccamento delle pale, grazie al profondo studio della pianta e della sua anatomia. Ho perdonato il fatto che il mondo universitario non mi abbia concesso nessun aiuto, nessuna borsa di studio e nessuna forma di supporto, ma non posso accettare che qualcuno si impossessi della mia ricerca dicendo cose del tipo “abbiamo scoperto questo o quello” . Se i nostri amici- rincara- avessero voluto migliorare la mia invenzione, sarebbe stato un bel gesto interpellarmi e dire chiaramente alla stampa e al modo accademico che stavano intervenendo su una ricerca di Filippo Albamonte (la cosa peraltro mi avrebbe potuto solo inorgoglire) ma cosi non è stato”.
L’agronomo si spinge oltre e spiega le molteplici prospettive di studio che si aprirebbero con la sua scoperta e che “potrebbero garantire lavoro a molti giovani ricercatori delle facoltà di agraria e ingegneria”.

Il professore Valenza replica: “Se avessi saputo che il ragazzo aveva depositato il brevetto, ovviamente l’avrei scritto in modo diverso, difendendo il valore originale della nostra tecnologia”. Alla domanda su quando ha depositato il suo brevetto e quali pareri ha ricevuto, Valenza ha risposto:  “Lo scorso anno e ci sono stati pareri positivi, dal punto di vista dell’industrializzazione, e negativi”. Negativi, quali? “Il fatto che ci fosse un brevetto precedente al nostro”. Quindi l’idea l’ha sfornata Albamonte? “Sì è vero, ma il nostro obiettivo era quello di realizzare un prodotto industriale e comunque diverso, visto che noi abbiamo previsto la macinazione della pala essiccata. Abbiamo preso atto di quanto accaduto e con molta probabilità abbandoneremo questo settore, anche perché ci sono dei costi non indifferenti”. 

Albamonte controreplica: “Nella mia tesi c’era scritto solo una parte delle mie scoperte. Chi si basa solo su quella non può che arrivare a risultati incompleti e parziali. Si parla tanto di ricerca attaccata da questo o quel governo ma se è questo il modo di portarla avanti, se tutte le persone con delle idee vengono trattate come sono stato trattato io, allora mi chiedo se gli attacchi a un certo modo di operare non siano giustificati. Il mio sogno sarebbe quello di dare un seguito a questa scoperta creando lavoro per i padri di famiglia siciliani con una risorsa autoctona siciliana e non quello di farmi una inutile pubblicità”.

Articolo pubblicato il 25 maggio 2011 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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