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Quotidiano di Sicilia

Consumatori danneggiati dalla mafia
di Michele Giuliano

La Direzione investigativa antimafia di Roma ha scoperto un cartello mafia-’ndrangheta-camorra sui prodotti agricoli. La filiera lunga, creata dalla criminalità, comporta ricarichi sugli acquirenti finali del 300 per cento

Tags: Mafia, Agricoltura, Antonio Girone



PALERMO – Filiera eccessiva specie nel settore agricolo siciliano, con grave danno per il mercato, per le imprese e per i consumatori. A creare questo incredibile scompenso la criminalità organizzata. La conferma arriva dalla Dia nazionale, la direzione investigativa antimafia, che ha potuto appurare come il prodotto siciliano possa anche  pagare il “dazio” imposto dalla camorra.

Situazione controversa emersa durante l’audizione in commissione Agricoltura alla Camera spiegata dal direttore della Dia, Antonio Girone: “Mafia, camorra e 'ndrangheta sono arrivate al punto di stringere accordi – ha sottolineato – per il controllo del comparto su tutto il territorio nazionale”.

Ma vediamo in che modo, secondo la ricostruzione della stessa Direzione Antimafia. Sembra che, secondo le ultimissime indagini, i “Casalesi”, cartello camorristico della provincia di Caserta, avevano imposto la loro presenza su questo mercato che è un vero polo strategico della distribuzione. A questo hanno aggiunto un controllo anche sulle regioni di provenienza delle merci con la costruzione di un vero e proprio cartello mafia-‘ndrangheta-camorra. Cartello che ha portato effetti paradossali: “Ad esempio, capita che pomodori Pachino prodotti a Ragusa – dice Girone – siano portati a Fondi, in provincia di Latina, qui confezionati e rispediti a Ragusa per essere venduti”.

Se si tiene conto che in questo mercato i Casalesi imponevano il pizzo su ogni merce, dopo essere entrati chiedendo regolari autorizzazioni attraverso società create allo scopo l’effetto sui prezzi è facilmente intuibile. Secondo la Dia il consumatore si ritrova di fronte a ricarichi che variano dal 70 per cento della filiera cortissima, dal produttore al consumatore, al 103 per cento con un solo intermediario, al 300 per cento con la filiera lunga. Il paradosso è che chi guadagna meno in questo sistema siano proprio i produttori.

Indagine che quindi trova conferma dall’allarme sulla lunghissima filiera che più volte è stato lanciato dalla Sicilia e in ultimo, poco meno di un anno fa, dal deputato regionale Francesco Musotto il quale portò all’attenzione dell’Ars il fenomeno: “In tutti i settori agricoli, da quello agrumicolo a quello cerealicolo – sottolineò il parlamentare – vi è un divario incredibile fra costi alla produzione e al consumo, con un aggravio che pesa sui due punti intermedi della catena: i produttori e i consumatori. Basti pensare che oggi il costo del grano riconosciuto ai produttori è uguale a quello di 20 anni fa, quando i costi di produzione sono intanto centuplicati”.

Tutto confermato a sua volta anche dall’ultima indagine conoscitiva dell’Antitrust che ha potuto appurare come i prezzi per l’ortofrutta moltiplicano in media di tre volte dalla produzione al consumo ma i ricarichi variano dal 77 per cento nel caso di filiera cortissima (acquisto diretto dal produttore da parte del distributore al dettaglio) al 103 per cento nel caso di un intermediario, al 290 per cento nel caso di due intermediari, fino al 294 per cento per la filiera lunga (presenza di 3 o 4 intermediari tra produttore e distributore finale).
 

 
Si tratta di un business di 7 mld di illecito
 
La moltiplicazione delle intermediazioni, l’imposizione di servizi di trasporto e logistica, il monopolio negli acquisti dai produttori agricoli provocano l’effetto di un crollo dei prezzi pagati agli imprenditori agricoli, che in molti casi non arrivano a coprire i costi di produzione e un ricarico anomalo dei prezzi al consumo che raggiungono livelli tali da determinare un contenimento degli acquisti in un territorio colpito dalla crisi come quello siciliano. Che la criminalità organizzata sia interessata a mantenere la sua presenza all’interno di questo comparto è comprensibile. Basta guardare ai fatturati per capire che si tratta di un business immenso: su un totale di 47,5 miliardi di fatturato l’anno, secondo la Dia di Roma, 7 miliardi appartengono all’illecito. Non è un caso se a Palermo e a Trapani si è accertata la responsabilità di appartenenti alla famiglia di Salvatore Riina in alcune società che operavano illecitamente nel settore e se il super latitante Matteo Massina Denaro ha interessi diretti sulla distribuzione anche attraverso il controllo di grandi supermercati. Interessi che in parte sono stati svelati e stroncati dalle ultime indagini delle forze dell’ordine.

Articolo pubblicato il 07 giugno 2011 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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