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Messina - Mani della mafia sulla discarica: emergono nuove informazioni
di Francesco Torre

 Il quadro emerge dalla testimonianza di Carmelo Bisognano, ex boss del clan dei Mazzarroti. L’ombra della criminalità sulla costruzione del sito di Mazzarà Sant’Andrea

Tags: Mafia, Discarica, Barcellona



 MESSINA - La mafia barcellonese ha avuto mani libere nella gestione dell’appalto per la costruzione della discarica di Mazzarrà Sant’Andrea. A rivelarlo il superpentito Carmelo Bisognano, ex boss del clan dei Mazzarroti, nell’ambito del processo “Vivaio”. 
E il suo racconto, molto dettagliato anche nello stabilire le responsabilità politiche di quanto accaduto, ha permesso agli inquirenti di ricostruire in maniera del tutto verosimile i business della criminalità organizzata in relazione al sistema dei rifiuti e agli appalti pubblici.

La narrazione effettuata da Bisognano davanti al sostituto della Distrettuale antimafia di Messina Giuseppe Verzera e agli investigatori del Ros dei Carabinieri ha inizio nel 2000, allorquando “venne erogato un finanziamento di circa due o tre miliardi complessivi dal Comune di Mazzarrà Sant’Andrea per la realizzazione di una discarica che doveva sorgere su quella vecchia”. 
Nella ricostruzione di Bisognano furono 14 o 15 le imprese che parteciparono alla gara e l’appalto venne aggiudicato all’Ati costituita dalla Catifra di Tindaro Calabrese (colui cioè che prese il posto di Bisognano alla guida del clan quando l’ex boss venne incarcerato) e dalla Costanzo. 

Un gruppo “amico”, quindi, che secondo il pentito anche il Comune voleva proteggere se è vero, come sostiene Bisognano, che il presidente della commissione Roberto Ravidà e il consulente ambientale del Comune Renzo Mirabilo, avendo saputo della volontà dell’impresa Mdm di Emanuele Caruso di presentare ricorso, avrebbero informato proprio l’ex boss chiedendo un suo intervento nella risoluzione della faccenda. 
“Mi rivolsi a “Sem” Di Salvo – ha raccontato Bisognano - perché egli aveva contatti diretti con i catanesi. Di Salvo mi fissò un incontro a Barcellona – ha proseguito - con Emanuele Caruso sulla strada che costeggia il torrente Longano vicino una fabbrica di infissi. 

Dissi al Caruso – ha concluso Bisognano - che quell’appalto interessava noi ed egli rispose senza indugio che non avrebbe fatto alcun ricorso anzi, se avesse saputo prima ciò, non avrebbe neppure presentato offerta. L’impresa Caruso era una di quelle che si era accordata con altre per le turbative d’asta”.
Vinto l’appalto, ecco la spartizione. Le forniture di cemento e i lavori di movimentazione terra, sempre secondo il racconto di Bisognano, vennero affidati all’impresa di Michele Rotella, “persona a noi gradita – ha detto il superpentito - in quanto già sottoposto ad estorsione dal 1989 e pertanto non era necessario alcun intervento su di lui per costringerlo a pagare il pizzo”. 
Inoltre, “poiché il quantitativo di terra da asportare era enorme – ha proseguito Bisognano - circa 20 mila metri cubi, Rotella fece lavorare tutte le nostre imprese”. Con la connivenza del Comune, che niente ebbe da dire nemmeno sulla gestione dell’opera alla ditta Sangermano di Giuseppino Innocenti e al servizio di conferimento dei rifiuti da parte della ditta di Teresa Truscello, che all’epoca conviveva con Bisognano.
 

Articolo pubblicato il 21 luglio 2011 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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