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Quotidiano di Sicilia

Wwf: gestione sostenibile acque. In Sicilia è il crollo dei corpi idrici
di Rosario Battiato

Nell’Isola il 27% dei corpi idrici censiti dall’Arpa ha uno stato ambientale considerato scadente. L’Italia ultimo paese nell’applicazione della direttiva sulla protezione delle acque

Tags: Risorse Idriche, Wwf, Acqua, Antonino Zichichi



PALERMO – La settimana mondiale dell’acqua, che si è aperta nei giorni scorsi a Stoccolma, ha rappresentato un momento importante per discutere del futuro della gestione del prezioso liquido blu. Lo stato dell’inquinamento delle acque internazionali preoccupa  gli ambientalisti che proprio dal forum svedese hanno lanciato l’allarme. All’interno di un settore così delicato la Sicilia ci fa la solita magra figura vista la fotografia scattata dall’Arpa (Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente) alle falde acquifere isolane.

Proprio durante i lavori per la settimana mondiale dell’acqua il Wwf ha chiesto la Convenzione di  una “governance per una regolamentazione globale dell’acqua”, così come previsto dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui corsi d’acqua “per garantire una gestione sostenibile delle acque trasfrontaliere”. Nel mirino degli ambientalisti  c’è l’impatto che l’urbanizzazione ha avuto sulla qualità dei corsi d’acqua, auspicando “organismi istituzionali che pianifichino il ciclo dell’acqua per ridurre l’impronta idrica delle città” e “dirigenti d’impresa che controllino i flussi dell’oro blu nelle loro catene di fornitura e ne rendano più sostenibile la gestione”. “Entro il 2050 – ha scritto in una nota Wwf Italia - il 70% della popolazione mondiale vivrà in aree urbane”, di qui la “necessità di creare più servizi per fornire acqua potabile, per provvedere alla raccolta e al trattamento delle acque reflue e fornire servizi igienico-sanitari”.

In Italia, secondo Andrea Agapito, responsabile Acque di Wwf Italia, si è ancora molto indietro nella gestione ssotenibile dell’acqua. Infatti, riferisce il responsabile dell’associazione del Panda, “l’Italia resta ultima in Europa “nell’applicazione della direttiva quadro Acque 2000/60/CE per la protezione delle acque superficiali e sotterranee, che attraverso una serie di misure ci avrebbe consentito di provare a raggiungere il buono stato ecologico dei corsi d’acqua entro il 2015”. Inoltre al momento lo Stato continua a rilasciare concessioni consentendo un prelievo  superiore rispetto a quella che i corsi d’acqua sono in grado di fornire.

Se questa è la cartolina dell’Italia, l’arrivo in Sicilia somiglia sempre più ad una discesa negli inferi. L’indagine eseguita dall’Arpa su 71 corpi idrici superficiali e riportata nel rapporto ambientale del Piano di gestione del distretto idrografico della Sicilia è alquanto significativa: il 55% dei corpi idrici ha uno stato ambientale “buono”, il 27% ha uno stato ambientale “scadente”, il 12% ha uno stato ambientale “particolare”, il 3% ha uno stato ambientale “sufficiente”, nessun corpo idrico ha uno stato ambientale “elevato”. Ma lo sfruttamento delle acque isolane è davvero costante e progressivo. Nel Piano regionale di tutela delle acque, approvato nel dicembre 2008, si certifica come “dei 700 pozzi presenti nel 1960 si è passati agli oltre 1100 dei primi del ‘90, con un più forte incremento nel settore orientale e con un aumento delle profondità, in connessione con la diminuita produttività”. Questi i numeri degli scavi: da pozzi scavati a largo diametro, di solito 2 metri, e a profondità minime, una decina di metri con rarissime punte intorno a 150 metri, si è passati ad un andazzo che adesso vede scavi fino a 250 metri e anche oltre. Questo stato di cose è il risultato della ricerca di una maggiore produttività, infatti in seguito allo sfruttamento e alle conseguenze indotte, nel corso degli ultimi decenni, si è verificato un abbassamento delle falde maggiore nei pressi di Acireale e Catania. Negli ultimi tre decenni il livello è sceso di 70 metri, diretta conseguenza dei prelievi che sono passati da 52 milioni di metri cubi all’anno a 120 milioni di metri cubi all’anno.
 


L’appello di cento scienziati da Erice: “Spreco enorme delle risorse idriche”
 
ERICE (TP) - Si è chiusa con un appello ai governi di tutto il mondo - affinché considerino l’acqua come una delle più incombenti emergenze planetarie - la quarantaquattresima sessione dei Seminari internazionali di Erice, a cui hanno partecipato cento scienziati di 40 Nazioni. “Il primo allarme lo lanciammo 20 anni fa da Erice - ricorda il presidente dei Seminari, Antonino Zichichi -; oggi i dati ci danno ragione: l’acqua sta diventando più preziosa del petrolio; ciononostante c’è uno spreco enorme delle risorse idriche, a causa dell’inquinamento delle acque, ma anche per errori madornali compiuti nella distribuzione”.
La comunità scientifica di Erice ha elaborato proposte concrete per utilizzare l’acqua contenendo al massimo gli sprechi. Nel corso dei Seminari sono state affrontate e discusse le ripercussioni igienico - sanitarie provocate, nei Paesi in via di sviluppo, causate dalla mancanza di acqua e dalla cattiva qualità di quella disponibile. L’allarme sull’emergenza idrica che coinvolge il Pianeta, partito da Erice, coincide con quello lanciato in questi giorni a Stoccolma dall’Onu, attraverso la presentazione del rapporto per l’ambiente.

Articolo pubblicato il 25 agosto 2011 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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