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Lo spreco di risorse vero nemico che impedisce la convergenza
di Maria Francesca Fisichella

L’incremento del Pil nel 2010 dell’1,3%, poco meno di un terzo di quello della Germania (3,6%). Svimez: “Fondi Ue destinati a sparire se non ci sono prospettive di recupero”

Tags: Pil, Economia, Sicilia



“Nel complesso, l’economia del Mezzogiorno ha perso terreno rispetto alle altre regioni europee, sia ricche che meno ricche”. (…). Per l’Italia sarebbero quattro regioni convergenza (Campania, Puglia, Sicilia, Calabria), mentre la Sardegna e la Basilicata sarebbero entrambe in obiettivo intermedio.

Lo sostiene il recente rapporto 2011 elaborato dalla Svimez (Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno).
Lo scenario è di un Mezzogiorno che, rispetto alle altre aree svantaggiate dell’Europa, non riesce ad affrancarsi dal suo “cronico sottosviluppo”.

Anche in altri stati europei esisteva il problema che ad aree ricche all’interno dello stesso paese si affiancavano aree in ritardo di sviluppo, come in Germania e Spagna. Non si tratta, quindi, di un problema legato a dinamiche coreperiphery, che sono state comunque superate con adeguate misure.

“Nel Mezzogiorno vi è stato uno spreco di risorse, che non hanno consentito la convergenza. Anche se questa situazione può ora avvantaggiare l’Italia nella distribuzione dei fondi europei, rimane comunque un problema di sostenibilità: difficilmente gli Stati europei continueranno a sostenere il Mezzogiorno, se non vedono dei segnali di corretto utilizzo dei fondi e quindi l’affermarsi di prospettive di recupero per l’area”.

Tra le principali economie industrializzate, quella italiana è tra le più lente nel recupero dalla crisi. Il Pil (Prodotto interno lordo) è aumentato nel 2010 dell’1,3%, recuperando solo parzialmente la forte flessione del 2009 (–5,2%). L’incremento è stato pari a poco meno di un terzo di quello registrato in Germania (3,6%), meno della Francia (1,5%), lo stesso del Regno Unito.
La competitività resta il tallone d’Achille per il nostro Paese. Permane, infatti, una difficoltà a rispondere all’aumentata competitività tra Paesi, che è cresciuta sotto la potente spinta dei processi di globalizzazione.
La crisi ha messo in risalto gli squilibri esistenti nella struttura produttiva italiana, specializzata in settori con basse opportunità di crescita e caratterizzata da piccole e piccolissime imprese.

Il quadro che ne risulta è quindi chiaro: il Mezzogiorno rimane l’unica area rilevante e territorialmente estesa dei Paesi dell’UE 15 ancora in ritardo di sviluppo, mentre le altre regioni hanno in parte intrapreso processi virtuosi di crescita. Inoltre le regioni del Mezzogiorno sarebbero ancora finanziate intensamente per ben il terzo ciclo di programmazione consecutivo. Per l’Italia non vi sarebbero cambiamenti notevoli: le 4 regioni convergenza verrebbero tutte confermate (Campania, Puglia, Sicilia, Calabria), mentre la Sardegna e la Basilicata (rispettivamente prima in phasing out e in statistical effect) sarebbero entrambe in obiettivo intermedio, a cui si unirebbero Abruzzo e Molise. Tutto il Mezzogiorno storico sarebbe quindi riunito tra Obiettivo Convergenza e Obiettivo intermedio.
 


Periodo 1995-2010. La nostra economia è cresciuta meno della Grecia
 
Il divario di crescita con i principali Paesi europei è da oltre un decennio la costante nello sviluppo dell’economia italiana, colta dalla crisi in un momento di particolare fragilità, dopo un lungo periodo di bassa crescita, nel quale si sono acuite le differenze in termini di produttività con il resto dei Paesi europei.
Se si consideri, ad esempio, il quindicennio 1995-2010, il Pil italiano è cresciuto dello 0,8% medio annuo, meno della metà della media europea (1,8%), e meno della metà anche della crescita dei Paesi dell’euro (1,7%), più simili in quanto a struttura economica e grado di sviluppo all’Italia.
Nello specifico, rispetto ai Paesi principali concorrenti, la crescita è risultata meno di un terzo di quella della Spagna (2,7%), meno della metà di quella del Regno Unito (2,1%) e della Francia (1,7%), inferiore anche alla Germania (1,2%).
Il divario è stato rilevante anche con i Paesi mediterranei più deboli, come Portogallo, cresciuto a un tasso medio annuo dell’1,8%, e della Grecia (2,7%).
 


Nel Centro-Nord meno divari, nel Mezzogiorno aumentano
 
Un indicatore del grado di differenza esistente all’interno di un insieme di regioni o di Paesi può misurare la disuguaglianza, in alternativa alla misurazione del divario nel Pil (Prodotto interno lordo) pro capite tra regioni.
Questa misura, può essere calcolata utilizzando gli andamenti di un indice di variabilità. In questo rapporto si segnala come in termini di valore aggiunto pro capite il processo di riduzione delle disuguaglianze regionali in Italia, che proseguiva dal 2007, si sia arrestato.
Il Mezzogiorno, pur partecipando alla diminuzione tendenziale della disuguaglianza dell’intero Paese, ha mostrato dal 2004 una tendenza all’aumento delle disuguaglianze interne che, interrotta nel 2008, ha ripreso nel 2010, in presenza di una rialzo dell’attività economica che è risultato piuttosto diseguale nell’area. Tra le regioni del Centro-Nord continua, invece, il processo di riduzione dei divari regionali, in particolare con una convergenza delle regioni del Centro verso quelle del Nord.

Articolo pubblicato il 13 ottobre 2011 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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Indice di squilibrio tra le regione italiane e tra Sud e Centro-Nord
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