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Quotidiano di Sicilia

Consumi, ripresa stentata in Sicilia
di Alessandro Petralia

La Confcommercio ha aggiornato le proprie stime di crescita relative alla fine del 2011. Nel 2007 al Sud spettava il 27,7% del totale nazionale, a fine anno sarà solo il 26,6%

Tags: Economia, Crisi, Consumi, Confcommercio



CATANIA – Se la quantità e l’entità dei consumi sono un valido indicatore del trend economico che sta vivendo una Regione o un territorio, allora per la Sicilia e in generale per il Sud Italia c’è poco da stare allegri.

Secondo uno studio effettuato dall’Ufficio studi della Confcommercio a fine 2011 la quota dei consumi effettuati dalle famiglie nelle regioni del Sud sarà pari al 26,6% del totale nazionale, un indicatore che solo quattro anni fa era pari al 27,2%: ciò significa che nella “torta” dei consumi effettuati dalla totalità delle famiglie italiane negli ultimi anni, la “fetta” spettante alle famiglie del Sud è sempre più ristretta.
In pratica le famiglie del Sud consumano sempre meno beni rispetto alla media nazionale, aumentando il proprio divario rispetto alle regioni più virtuose.

Dopo la recessione del biennio 2008-2009, che ha colpito in modo significativo tutto il territorio nazionale, assumendo toni particolarmente accentuati nel Sud, la riduzione della domanda per consumi proprio nel Mezzogiorno si è protratta, secondo le stime della Confcommercio anche nel 2010; solo alla fine di questo 2011 la spesa delle famiglie dovrebbe tornare a registrare in termini assoluti una dinamica positiva su tutto il territorio italiano, senza però mostrare la presenza di processi espansivi di apprezzabile entità.

Ma veniamo al quadro siciliano: dopo un triennio (dal 2007 al 2010) caratterizzato da segni negativi, con un picco del -3,2% nel 2009, a fine 2011 i consumi in termini assoluti, cioè nel confronto con la media degli stessi dati siciliani negli anni passati, dovrebbero tornare a far registrare una leggera ripresa pari ad un risicato +0,6%.

Un segnale di ripresa che però è troppo esiguo per far ben sperare: esso infatti non va oltre la media delle altre regioni del Mezzogiorno ed è comunque inferiore alla media di ripresa nazionale, che dovrebbe attestarsi ad un +0,8%, mentre le regioni del Nord-Ovest e del Centro cresceranno dello 0,9%.

Se poi si guarda ai divari territoriali dei consumi procapite in termini reali ci si accorge di come il quadro sia assolutamente statico: ponendo infatti l’Italia uguale a 100 in ciascun anno preso in esame (si veda la tabella), i fenomeni che emergono nel lungo periodo sono rappresentati, in linea generale, dall’ampliamento del divario tra il Sud ed il resto del Paese. Se infatti la Sicilia nel 1995 consumava 78,6 a fine 2011 consumerà 78,9 in un quadro di totale assenza di crescita dei consumi e con divari abissali con le regioni del Nord: nello stesso periodo infatti la Valle d’Aosta (che fa registrare i consumi maggiori) è passata dal 136,8 al 141,1, la Liguria dal 115,3 al 116,4, il Friuli dal 108,7 al 113,2 e così via.

Tra le regioni del Sud, solo Molise e Basilicata, riducono il gap rispetto alla spesa media pro capite complessiva, mentre il minore consumo medio si registra in Campania, regione che vede il gap rispetto alla media ampliarsi anche negli anni recenti: nel classico confronto fra le isole la Sicilia perde terreno rispetto alla Sardegna, che passa dall’81,8 del 1995 all’86,1 di fine 2011.

E’ dunque evidente che non è ulteriormente rinviabile l’adozione di politiche, sia a livello centrale che regionale, di politiche di investimento in grado di avviare un circuito virtuoso di rilancio dei redditi e quindi dei consumi.
 

 
Calo demografico, l’altra faccia della medaglia
 
Cala, nel confronto con le regioni del Nord, la capacità di consumo e cala anche la popolazione: i due fenomeni sembrano andare di pari passo. La dinamica dei consumi rispecchia, oltre alle dinamiche registrate dalla spesa delle famiglie nelle diverse macroaree, anche gli effetti dei fenomeni demografici. Tra il 1995 ed il 2011 è, infatti, diminuita in modo significativo la quota della popolazione residente nel Mezzogiorno. Tale tendenza riflette sia una crescente presenza degli stranieri residenti nel Centro-nord sia la ripresa dei flussi migratori interni da Sud a Nord. Se infatti nel 1995 risiedeva nel Mezzogiorno il 36,4% della popolazione italiana, nel 2011 tale quota è calata di due punti netti, passando al 34,4%. Si tratta come è noto di un fenomeno antichissimo che ha determinato nel lunghissimo periodo, tra il 1955 ed il 2008, un saldo negativo tra iscrizioni e cancellazioni della popolazione residente nel Mezzogiorno pari ad oltre 4 milioni, con la verosimile conseguenza di spostare le migliori competenze e abilità dal Mezzogiorno al resto dell’Italia e di ridurre il potenziale di sviluppo dell’area.

Articolo pubblicato il 14 ottobre 2011 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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