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Svimez: al Sud meno risorse del dovuto
di Lucia Russo

Lo studio sull’ultimo numero della Rivista Economica del Mezzogiorno: riceviamo l’11 % in meno del programmato. Il presidente della Società di ricerche, Giannola: “Ridurre i divari tra le Regioni, non i residui fiscali”

Tags: Sicilia, Svimez, Economia, Sviluppo, Adriano Giannola



ROMA - Quanto è fondato il luogo comune del Sud sprecone e inondato di risorse provenienti dai trasferimenti dal Centro-Nord? La Società per lo sviluppo del mezzogiorno si è posto l’obiettivo di rispondere all’interrogativo e ha scoperto che dal 2004 al 2006 i cittadini meridionali hanno ricevuto l’11% di risorse in meno rispetto a quanto sarebbe stato trasferito con coerenti politiche redistributive e di sviluppo. Sul fronte della spesa per lo sviluppo, in particolare, ogni cittadino meridionale ha ricevuto 211 euro in meno del programmato in base all’obiettivo del 45% del totale della spesa in conto capitale al Mezzogiorno.
Precisamente questo è contenuto in uno studio di Adriano Giannola, Carmelo Petraglia e Domenico Scalera sui residui fiscali regionali pubblicato sul numero 1-2 della Rivista Economica del Mezzogiorno, trimestrale della Svimez edito da Il Mulino, diretto da Riccardo Padovani.

Dallo studio dei tre economisti emerge che per l’intero Mezzogiorno, il valore effettivo del residuo fiscale risulta più contenuto rispetto al suo valore teorico: il Sud ottiene dallo Stato più di quanto versa, per via dei redditi più bassi e della struttura economica più debole, ma molto meno di quanto dovrebbe.

Dal 2004 al 2006 il residuo fiscale medio dei residenti meridionali è stato sì negativo, ma di -2.712 euro anziché i -3.040 dovuti (l’11% in meno). Le Regioni meridionali più penalizzate sono Abruzzo, Puglia e Campania: a fronte di un residuo teorico di -1.680 euro, l’Abruzzo registra -1.173 euro pro capite di residuo effettivo (con uno scarto del 30%), la Puglia -2.294 euro rispetto a -3.090 euro (-25%), la Campania -2.375 anziché -2.967 euro (con una differenza del 20%).

I dati vengono anche analizzati dagli economisti, che forniscono dei suggerimenti agli amministratori regionali e statali. “I residui fiscali negativi delle regioni meridionali”, si legge nello studio, “non possono essere semplicisticamente considerati come necessariamente patologici o addirittura come una prova di iniqua sottrazione di risorse del Nord a beneficio dello sperpero del Sud”, bensì riflettono l’impegno (scarso al Sud) delle politiche regionali per lo sviluppo. Altrettanto sbagliato associare automaticamente residui fiscali negativi alla mala amministrazione. Agire sul sistema fiscale per distribuire meno risorse tra i cittadini, mette a rischio il sistema di perequazione tra le Regioni. Occorre quindi “ridurre i divari economici tra le Regioni, non i residui”. Così ha affermato ben chiaro alla presentazione dello studio Adriano Giannola, professore di Economia Bancaria all’Università Federico II di Napoli dal 1980, entrato nel 2006 nel Consiglio di amministrazione della Svimez e suo presidente dal 30 giugno 2010. 

Nel Sud i residui fiscali regionali sono tutti negativi. Lo studio segnala che le regioni del Mezzogiorno beneficiano di notevoli trasferimenti interregionali. Ma questo non è di per sé sufficiente a dimostrare che la redistribuzione così realizzatasi sia patologicamente elevata e che vada pertanto drasticamente ridotta, come vorrebbero certi sostenitori della “questione settentrionale”.

I residui fiscali negativi delle regioni settentrionali, infatti, non sono altro che il riflesso della redistribuzione implicita nell’azione pubblica diretta all’attuazione dei principi costituzionali della progressività delle imposte, dell’universalità della spesa pubblica e della perequazione dei territori in ritardo di sviluppo.

Ha poco senso dunque, conclude lo studio, affermare che il Sud ha dei residui fiscali “troppo alti” se non si specifica quale sia il valore di riferimento “giusto”, rispetto al quale il giudizio viene espresso. Solo residui fiscali regionali in eccesso rispetto a tale valore di riferimento possono essere portati a sostegno dell’argomento della presunta ingiustizia fiscale sofferta dai cittadini settentrionali.
 


Spesa per lo sviluppo: dal 2004 al 2006 al Sud 211 euro in meno a testa
 
Solo il Piemonte contribuisce alla redistribuzione più del dovuto mentre la Lombardia fornisce un contributo sostanzialmente coerente con il dettato costituzionale e gli obiettivi programmatici. Il primo raggiunge i 1.371 euro pro capite, il 46% in eccesso rispetto al residuo “teorico” di 939 euro, la seconda, invece con 4.602 di euro pro capite effettivi, supera solo del 3,7% il suo valore “teorico” di riferimento (4.437 euro).
Secondo un’altra elaborazione contenuta nello studio, dal 2004 al 2006 ogni cittadino meridionale ha ricevuto effettivamente dallo Stato 1.015 euro a fronte dei 1.226 stabiliti dagli obiettivi di programma (cioè con il 45% del totale della spesa al Mezzogiorno). Situazione capovolta al Centro-Nord: qui nello stesso periodo ogni cittadino ha ricevuto 936 euro, 115 in più rispetto agli 821 programmati.
A livello regionale, con 1.705 euro pro capite, è la Sardegna la più penalizzata: ha ottenuto 353 euro in meno, rispetto ai 2.058 programmati. A seguire, la Basilicata, con 331 euro di differenza, cioè 1.591 rispetto ai 1.922 previsti. Segno negativo anche per le altre regioni meridionali: il Molise lascia sul tappeto 297 euro, la Calabria 266, l’Abruzzo 201, Campania e Sicilia 193, “solo” 149 per la Puglia.

Articolo pubblicato il 22 ottobre 2011 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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