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Alluvioni, pericolo strisciante. Fiumi “tombati” sotto i piedi
di Rosario Battiato

Inondazioni: il ricercatore del Cnr e divulgatore tv Mario Tozzi spiega una delle cause sottovalutate. Palermo tra le città più a rischio per la presenza di Kemonia e Papireto

Tags: Alluvione, Genova, Mario Tozzi



PALERMO – Le immagini di Genova hanno sconvolto l’Italia. Una città moderna, un centro europeo, travolto dalle acque come un qualsiasi paese, ma non c’è solo il capoluogo ligure nelle potenziali mire delle alluvioni. Altre città italiane, infatti, sarebbero nel mirino delle inondazioni. In prima linea c’è il pericolo dei fiumi “tombati”, problema che riguarda anche Palermo, così come ha sottolineato Mario Tozzi, geologo del Cnr (Consiglio nazionale delle ricerche).

L’intensità delle alluvioni non basterebbe da sola a spiegare l’inondazione di Genova, e neanche il rischio che questo evento si ripeta altrove. Alla pioggia intensa bisogna sommare gli “errori edilizi e scelte sbagliate di politiche ambientali”.
La cementificazione e l’impermeabilizzazione del suolo urbano, che coprono i cosiddetti fiumi tombati, rappresentano i sintomi maggiori per l’eventualità di un’alluvione. Lo ha rivelato Mario Tozzi,che è anche presidente del parco nazionale dell’Arcipelago Toscano, secondo cui nel nostro Paese ci sono “alcune città particolarmente esposte” a questo rischio. Città che diventano come “bombe”, ha spiegato Tozzi, e tra queste, oltre Genova, ritroviamo anche Napoli, Palermo e Bologna. Sotto il capoluogo isolano ci sono, infatti, il Kemonia e il Papireto.

Ma non ci sono solo i fiumi sepolti a tenere in scacco diverse aree del paese. Secondo il dossier 2011 “Ecosistema Rischio” di Legambiente sul rischio idrogeologico in Sicilia ci sono ben 23 comuni a rischio alluvione. Gli ultimi dati fanno riferimento al Report 2003 - Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e Unione Province d’Italia e attestano ben 12 Comuni soltanto nel palermitano. “Nel 58% dei comuni campione – si legge nel dossier dell’associazione del cigno - della nostra indagine sono presenti in aree a rischio strutture e fabbricati industriali, che comportano in caso di alluvione, oltre al rischio per le vite dei dipendenti, anche il pericolo di sversamento di prodotti inquinanti nelle acque e nei terreni”.

Non servono neanche i dati per accertare i fenomeni di allagamento nel messinese 8dove ieri si è registrata l’ennesima esondazione, ndr), tipo Falcone o Mili San Marco, o ancora gli episodi del Villaggio Santa Maria Goretti a Catania. La mappatura del rischio prosegue nel ragusano, Avola in prima linea, e poi a Mazara del Vallo, in provincia di Trapani, col rischio di innalzamento delle acque nella zona portuale. A fronte di queste criticità arcinote le operazioni di prevenzione latitano. “Il 74% dei comuni, - si legge nel rapporto dell’associazione ambientalista - infatti, si è dotato di un piano da mettere in atto in caso di frana o alluvione, e il 56% delle amministrazioni campione dell’indagine ha aggiornato il piano negli ultimi due anni: fatto estremamente importante giacché disporre di piani vecchi può costituire un grave limite in caso di necessità”.

Anche il controllo del rischio lascia a desiderare. “Da rilevare anche che nel 56% dei comuni campione della nostra indagine – precisano da Legambiente - è stato recepito il sistema di allertamento regionale e che nel 37% dei casi sono presenti anche a livello territoriale sistemi di monitoraggio finalizzati all’allerta della popolazione in caso di pericolo”.

Articolo pubblicato il 10 novembre 2011 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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Mario Tozzi
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