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Il 61,6% dei siciliani tra i 15 e i 24 anni sono fuori dal mercato del lavoro
di Giulia Cosentino

Il rapporto Svimez 2011 mostra in tutta la sua drammaticità quale sia la condizione dei giovani in Sicilia. In 5 anni sono passati dal 70% al 61% i diplomati che che decidono di continuare con gli studi

Tags: Lavoro, Giovani, Disoccupazione, Svimez



PALERMO –  Disoccupazione, crisi, divario tra Nord e Sud. E’ passato solo poco tempo da quando il Quotidiano di Sicilia ha analizzato alcuni dei temi principali discussi recentemente dal rapporto Svimez (Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno), che già l’argomento mette in luce altre problematiche e in particolare, i notevoli effetti negativi che provocano sul mercato del lavoro. Si tratta di quelle classi diverse per fascia di età e ruolo, ma accomunate dalla medesima emergenza: l’occupazione. 

Di questa “grande famiglia” fanno parte i precari non tutelati (che sviluppano il lavoro sommerso e irregolare), gli inoccupati instabili e soprattutto i giovani. Proprio quest’ultimi vengono minacciati prepotentemente dalla crisi globale in cui viviamo. Nel Mezzogiorno, il tasso di occupazione delle persone tra i 15 e i 34 anni è sceso nel 2010 ad appena il 31,7%, con un crollo occupazionale rilevante. Solo in Sicilia il tasso dei giovani disoccupati tra i 15 e i 24 anni è pari al 61,6%.

La condizione dei giovani desta maggiore allarmismo proprio perché spesso vengono esclusi dai processi di sviluppo e dall’inserimento nel mercato del lavoro ancor prima di entrarne a fare parte. Ed è preoccupante soprattutto come la crisi abbia bloccato l’accesso al lavoro anche di quella generazione di giovani con un ricco bagaglio formativo. A questo si aggiunge spesso l’inadeguatezza dello stesso sistema di formazione scolastico e universitario bloccato dalla debolezza del sistema sociale, civile ed economico del Paese. Se da un lato l’iscrizione a scuole di specializzazione e Università viene vista come un modo per favorire l’espansione della produttività e la ricerca di un posto occupazionale più o meno stabile, negli ultimi anni sembra emergere un certo scoraggiamento fra le coorti più giovani a investire nell’istruzione superiore: il tasso di passaggio all’università (iscritti su 100 diplomati nell’anno precedente) è sceso dal 70% del 2005 al 61% del 2010 nel Sud e dal 71 al 65% nel Centro-Nord.

In poche parole, al Sud un laureato su tre è fuori dal mercato del lavoro e dal sistema formativo. Ma dal momento in cui lavorare al Sud è difficile e studiare serve per poter meglio trovare un’occupazione, ecco spiegato il motivo per cui sono emerse le cosiddette “nuove migrazioni”. Fuggono dal Sud i disoccupati e i giovani i quali decidono di intraprendere gli studi universitari fuori al Centro-Nord.

Tra i laureati meridionali che a tre anni dalla laurea si dichiarano occupati, nel 2007 ben il 41,5% (26.000 su 62.576) lavora in una regione del Centro-Nord. Nel 2011, nonostante la crisi, aumenta l’emigrazione dal Sud di laureati (18 mila meridionali) e soprattutto la componente dei pendolari di lungo raggio che per la Sicilia è pari a 27 mila unità. E’ stato constatato come, per i prossimi 20 anni, il Sud perderà circa un giovane su quattro. Per la Sicilia le prime due regioni di destinazione dei flussi migratori vengono rappresentate dalla Lombardia e dall’Emilia Romagna. Almeno sappiamo dove andrà a finire il futuro dell’Isola.
 

 
Protocollo d’intesa. La Regione disponibile a investire per le Università
 
PALERMO – Strettamente connesso alle “nuove migrazioni” è il cosiddetto “brain waste” ovvero lo “spreco di cervelli” con conseguente “fuga” degli stessi. Ad andarsene sono soprattutto i giovani più dinamici e qualificati in cerca di migliori opportunità. Da un’area giovane e ricca di menti e di braccia, il Mezzogiorno si trasformerà, nel corso del prossimo quarantennio, in un’area deserta, anziana e povera. Per frenare l’emorragia, lo scorso giugno, è stato sottoscritto un protocollo d’intesa dal presidente della Regione, Raffaele Lombardo, dai rettori e dai delegati degli atenei di Pa, Ct, Me ed En, volto a investire sul sistema universitario come strumento per frenare la fuga dei cervelli e creare nuove occasioni di sviluppo. Gli ambiti d’intervento, in linea con i criteri e le modalità previsti dai fondi Fse, Fesr e Fas, su cui si è deciso di intervenire sono: ricerca industriale, sviluppo pre-competitivo, alta formazione, valorizzazione dei risultati della ricerca, in atto nella programmazione dei fondi comunitari 2007/2013.

Articolo pubblicato il 22 novembre 2011 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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