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Clima, protocolli poco efficaci se i grandi Paesi fanno spallucce
di Rosario Battiato e Bartolomeo Buscema

La decisione del Canada di uscire da Kyoto causa gravi imbarazzi. Così le catastrofi saranno inevitabili. L’accordo entro il 2015 è ancora possibile, l’Ue vuole la comune linea legislativa

Tags: Clima, Ambiente



CATANIA - Dal summit mondiale sul clima del Pianeta di Copenhagen 2009 e poi di Cancun (Messico) 2010, le trattative per salvare il nostro Globo hanno subito un forte rallentamento.

Nonostante l’ammonimento degli scienziati dell’ IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change)di contenere l’aumento medio globale di temperatura massimo entro i due gradi centigradi, per evitare una quasi irreversibile instabilità climatica mondiale, all’inizio dei negoziati di Durban, i presupposti non erano poi così rosei. A causa delle posizioni negoziali di Cina, Stati Uniti, India e Russia, i quali, anche se con lievi sfumature, non volevano sentir parlare di obiettivi vincolanti di riduzione delle emissioni di anidride carbonica, ma solo di contribuire all'impegno globale con impegni di carattere volontario, come già proposto nei summit di Copenhagen e Cancun.

Volendo fare un’analogia con il gioco degli scacchi, l’incipit di Durban aveva un sapore di stallo che preludeva a un niente di fatto. Dopo quasi due settimane di trattative, finalmente l’accordo c’è stato: una sorta di road map, chiamata Piattaforma d’azione di Durban, che dovrebbe sfociare in un accordo sul clima entro il 2015.
Un nuovo quadro legale, non ancora chiaro nei contenuti, che dovrebbe includere tutti i Paesi nella lotta contro i cambiamenti climatici, e che sarà operativo dal 2020.

Un compromesso tra l’annacquato “contesto legale” del negoziatore americano e quello più fattuale della commissaria europea per il clima, Connie Hedegaard, che con rinnovata determinazione ha ripetuto lo slogan già strillato a Cancun: “I problemi internazionali richiedono accordi e legislazioni internazionali”.

Condividiamo totalmente la posizione della commissaria europea per il clima, e siamo fiduciosi che l’accordo darà i suoi frutti, ma guardando ai fatti, vediamo che l’Europa, la Norvegia, la Svizzera, l’Australia, sono gli unici sottoscrittori che hanno deciso di rinnovare per altri cinque anni, l’osservanza delle regole del Protocollo di Kyoto.

Per quanto riguarda le altre Nazioni, che contribuiscono al surriscaldamento climatico per quasi l’ottantacinque per cento e che comprendono anche i grandi inquinatori - Cina, Stati Uniti, Russia e India - solo buone intenzioni  colorati con una più blanda rigidezza rispetto al passato. E, addirittura, il Canada ha annunciato il ritiro dal protocollo di Kyoto.
Se è vero che si tratta di decisioni importanti da prendere a livello globale, esse, tuttavia, devono trovare una loro soluzione a partire dal locale. La Sicilia, pertanto, è chiamata a fare la sua parte.

In tema di emissioni Cina e Stati Uniti sono i due osservati speciali dalla comunità internazionale, perché senza il loro avallo, negato in più di un'occasione, sarà veramente difficile poter avere una politica globale che faccia progressivamente diminuire la quota di emissioni in atmosfera. A livello più specificatamente nazionale anche la Sicilia ha una sua dose di responsabilità essendo tra le regioni più indisciplinate in materia di contenimento di emissioni.

La Regione amministrata da Raffaele Lombardo continua a restare sotto la scure della procedure d'infrazione Ue per l'assenza di un Piano dell'aria e per le emissioni nelle aree industriali e nei centri metropolitani. La città di Siracusa continua a restare in vetta per superamenti del limite giornaliero consentito per legge di particolato (si legga articolo a pagina 8).

Il punto più complicato da gestire per la Sicilia, oltre lo smog di alcuni centri che comunque, eccetto Siracusa, sono in ottima forma rispetto altre realtà del nord dove il problema è più evidente, resta quello del comparto energetico. Secondo quanto riportato nell'ultimo dossier Energia redatto dalla Regione siciliana l'Isola per rispettare il cosiddetto “burden sharing“ (la suddivisione regionale dei quantitativi nazionali di efficienza energetica, di fonti rinnovabili e di quote di riduzione delle emissioni di CO2) dovrebbe installare una quantità di eolico, secondo i dati del dipartimento, da 5 a 6 volte superiore a quella già in esercizio al 2009.

Considerando che la Sicilia nel 2009 ha prodotto 1.695 GWh di energia fa fonte rinnovabile (90% da eolico) e 2.594 nel 2010, secondo dati Gse, adesso la quota necessaria è arrivata a quattro volte l’attuale.

Articolo pubblicato il 15 dicembre 2011 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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