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Stimolare le pmi a diventare competitive
di Monica Basile

Forum con Marco Vitale, presidente Fondo d’Investimento Italiano

Tags: Marco Vitale



Qual è la funzione ed il ruolo del Fondo Italiano d’Investimento (Fii)?
“Per capire la funzione ed il motivo dell’esistenza del Fondo è importante partire dalla comprensione di come negli ultimi anni è radicalmente cambiata la struttura finanziaria italiana. Infatti, in Italia tra le tante cose negative è avvenuto qualcosa di molto positivo dato dall’evoluzione della struttura del capitale d’investimento che ha visto da una parte il cambiamento della Cassa Depositi e Prestiti e dall’altra la formazione di nuove entità. La Cassa Depositi e Prestiti attingeva al più grande flusso di risparmio italiano, che è dato dal risparmio postale, ma era obbligata a destinarlo esclusivamente a scopi pubblici quindi agli enti territoriali, i Comuni, le Province con impieghi sempre di natura pubblica. Adesso il cambiamento è stato di triplice natura: prima di tutto, la forma giuridica, in quanto è diventata una Società per Azioni (SpA). Secondo, il totale rinnovo e la presenza di una struttura dirigente di altissimo livello, presieduta da un giovane manager bresciano, Giovanni Gorno Tempini, che dopo una carriera internazionale, è stato direttore finanziario di Banca Intesa ed è stato selezionato dal ministero del Tesoro per diventare il numero uno della Cassa Depositi e Prestiti con l’importante mandato di ammodernamento. Terzo, si è creato un plafond per il finanziamento alle imprese, quindi non più solo per gli enti pubblici, con finanziamenti dai 10 ai 18 milioni di euro per impresa come finanziamento a medio termine, cioè come capitale di sviluppo.
Dall’altra parte si è stimolato l’impegno della Cassa Depositi e Prestiti come socio di nuovi soggetti, attraverso il capitale di rischio in fondi che stavano nascendo. Il primo di questi è stato il Fondo Italiano d’Investimento che ha l’obiettivo di partecipare e sostenere le imprese e di generare, nel medio termine, un nucleo consistente di imprese di medie dimensioni che sia sufficientemente patrimonializzato ed in grado di affrontare le sfide della competitività internazionale. Infatti il rischio è che le pmi italiane, già strutturalmente sotto capitalizzate, non abbiano le risorse necessarie per perseguire progetti di sviluppo. Si tratta allora di far diventare le piccole imprese un po’ meno piccole, mediante una corretta capitalizzazione delle stesse e favorendo i processi di aggregazione”.

Come funziona il Fondo?
“Il Fondo opererà per le piccole e medie imprese italiane con una durata complessiva fino a 12 anni, di cui 7 anni per l’investimento, 5 anni per il disinvestimento più altri eventuali 2 anni di proroga per ciascuna fase. Le aziende target sono le circa 15 mila imprese italiane con fatturato compreso tra i 10 e i 250 milioni di euro che manifestino concretamente l’intenzione di accrescere le proprie quote di mercato, soprattutto in ambito internazionale. Il mandato primario è di agire con rigore e professionalità e di non perseguire il massimo rendimento ma sostenere e sviluppare le imprese che abbiano la volontà di fare questa scelta. Nel complesso, le risorse del Fondo avranno un significativo impatto moltiplicativo sul sistema, in quanto base per ulteriori effetti di leva finanziaria, sia come conseguenza dell’apporto di nuova finanza da parte del sistema bancario, che del conferimento di capitale da parte dell’imprenditore, che, infine, come risultante di coinvestimenti di altri fondi di private equity. L’investimento è indirizzato ad agevolare nel medio termine: i processi di patrimonializzazione di singole imprese o l’aggregazione tra imprese attraverso processi di integrazione orizzontale (settori adiacenti) o verticale (a monte o a valle del settore principale) che vogliano condividere un progetto di sviluppo comune ed essere per questo affiancate dalle risorse umane e finanziarie del Fondo. Ogni possibile investimento sarà valutato in base al merito del Piano Industriale, del progetto di sviluppo e della capacità del management di portarlo a termine. Successivamente c’è il fondo F2i per le infrastrutture di Vito Gamberali che si dedica all’investimento in infrastrutture (aeroporti, porti, autostrade, banda larga), ed infine il Fondo Strategico Italiano che è nostro equivalente e si rivolge all’imprese più grandi, oltre i 250 milioni di euro”.
 

 
La struttura investimenti è divisa in tre aree ma c’è un solo progetto al Sud. Colpa del “familismo”
 
Qual è la vostra struttura organizzativa?
“Con il nostro amministratore delegato, Gabriele Cappellini, si è creato un organico di 35 persone, delle quali 24 analisti dalle spiccate capacità professionali per supportare le imprese da un punto di vista industriale, strategico e finanziario e 11 come personale dell’area amministrativa. La struttura investimenti è divisa geograficamente in 3 aree: Nord-Ovest, Nord-Est e Centro-Sud con una chiara preminenza delle regioni del Nord a discapito di un solo progetto al Sud, quello con la Cartour Srl di Messina nel settore cabotaggio commerciale tra Messina e Salerno. Uno dei problemi chiave delle pmi italiane è che esistono ancora tanti imprenditori vittime del “familismo” nel senso non di impresa familiare ma di incapacità di aprirsi all’esterno e di continuare a subordinare gli interessi dell’impresa agli obiettivi della famiglia con eccessiva possessività. Nell’attività di investimento indiretto, il lavoro preparatorio è stato ancora più complesso in quanto in alcuni casi l’approccio dei fondi è stato molto aggressivo perché ci percepivano come un soggetto pubblico e pretendevano quasi il nostro intervento. Oggi sono undici i fondi per i quali è stato deliberato l’investimenti in fondi di fondi ed ammontano a 230 milioni, il 65% degli impieghi complessivi. Il nostro obiettivo è di invertire le proporzioni e arrivare a 800 milioni di investimenti diretti e 400 indiretti”.
 

 
“Ci sono ancora due terzi del capitale da impiegare”

Quali le prospettive per il 2012?
“Forte del primo bilancio, il Fondo Italiano guarda al futuro e in particolare si ragiona su come trovare nuove risorse finanziarie per migliaia di piccole e medie imprese. Il sistema bancario deve fare una politica di ristrettezza creditizia in quanto ha difficoltà a finanziare il circolante ed è impossibile recuperare capitale di progetto per lo sviluppo. Ci sono soggetti istituzionali che hanno manifestato il loro interesse a venire ad investire in Italia attraverso uno strumento come il Fondo. Siamo ancora ai preliminari, abbiamo ancora due terzi del capitale da impiegare ma fondi sovrani asiatici e mediorientali hanno già fatto le prime mosse. In attesa degli arabi e dei cinesi si guarda alle risorse disponibili in Italia, in particolare ai 150 miliardi di disponibilità di fondi pensione e casse di previdenza”.

Come convincere a investire?
“È molto difficile convincere gli asset manager dei fondi pensione a investire in un fondo di private equity ma può essere vantaggioso perché, per esempio, è anticiclico rispetto al mercato azionario e creerebbe un circolo virtuoso. Si auspica di fare nel 2012 qualcosa in più di quest’anno soprattutto aumentando la nostra presenza al Sud. Il Fondo opererà in quattro modi complementari, sempre con un’ottica di medio periodo:
1. con ingressi diretti di minoranza nel capitale, a condizione che l’investimento avvenga in imprese con fatturato superiore ad una certa soglia;
2. con ingressi diretti di minoranza in coinvestimento con altri fondi specializzati che condividano esplicitamente nei loro regolamenti gli obiettivi del Fondo;
3. con strumenti flessibili, quali finanziamenti subordinati convertibili  e prestiti partecipativi;
4. come “Fondo di fondi”, investendo cioè in fondi già esistenti che condividano esplicitamente nei loro regolamenti gli obiettivi del Fondo”.
 

 
“Abbiamo ricevuto 882 proposte per investimenti”
 
Quali sono gli obiettivi ed i risultati raggiunti nel 2011, primo anno di vita del Fii?
“Questo radicale mutamento del capitalismo italiano è partito per iniziativa dell’ex ministro dell’Economia Tremonti e di Vittorio Grilli, attuale vice ministro e direttore generale del Tesoro.
Il ministero dell’Economia e delle finanze, la Cassa Depositi e Prestiti, Intesa-Sanpaolo, UniCredit Group, Banca Monte dei Paschi di Siena (queste tre ultime, congiuntamente, le “Banche Sponsor”), l’Associazione Bancaria Italiana e la Confindustria si sono posti l’obiettivo di costituire una Società di Gestione del Risparmio (“Sgr”) che collochi quote di un fondo comune di investimento mobiliare di tipo chiuso riservato a investitori qualificati (il “Fondo”). L’entità del fondo è pari ad 1 miliardo e 200 milioni, di cui la parte più cospicua, pari a 1 miliardo di euro, è stata sottoscritta dalle Banche Sponsor e dalla Cassa Depositi e Prestiti, mentre 200 milioni proviene dall’insieme delle 5 banche popolari italiane e dall’Istituto Centrale delle banche Popolari. Diciotto investimenti diretti realizzati, nove operazioni indirette in fondi di fondi, più due già deliberate ma non ancora sottoscritte, per un totale di 417 milioni di euro, pari al 38% de capitale iniziale”.

Avete rispettato la tabella di marcia che vi eravate prefissati?

“La tabella di marcia fissata a marzo dell’anno scorso è stata più che rispettata, inoltre bisogna evidenziare il grande lavoro di screening che è stato necessario. Le proposte che abbiamo ricevuto per investimenti diretti sono state ben 882, di queste 603 sono state scartate quasi subito perché non in linea con i nostri obiettivi e la nostra strategia. Ma 147 sono quelle attive per le quali l’analisi sta andando avanti e in 13 casi siamo già alla due diligence o alla negoziazione. Altre 114 sono sospese in attesa di integrazioni. Un lavoro di selezione non sempre facile, ma che ha messo in luce una realtà di piccole e medie imprese pronte a cogliere nuove opportunità, serio, pieno di progetti di crescita, in contrasto con il clima di negatività che si respira nel Paese”.
 

 
Curriculum Marco Vitale
 
Economista d’impresa, bresciano di nascita, milanese di residenza, internazionale per cultura e attività. Sposato con due figli, Marco Vitale si specializza fin da giovanissimo nell’analisi dei bilanci, nei problemi della pianificazione aziendale e nelle tecniche di acquisizione di aziende.
Nel 1979 lascia l’Arthur Andersen e fonda una propria società di consulenza di alta direzione, la Vitale-Novello & Co. S.r.l., di cui è sempre stato presidente e principale animatore.
Da marzo 2010 è presidente del Fondo Italiano d’Investimento nelle Piccole e Medie Imprese, nato dalla collaborazione tra Tesoro, Confindustria e sistema bancario.

Articolo pubblicato il 28 gennaio 2012 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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Forum con Marco Vitale, presidente Fondo dÂ’Investimento Italiano
Forum con Marco Vitale, presidente Fondo dÂ’Investimento Italiano