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Quotidiano di Sicilia

Immigrati, la Sicilia agli ultimi posti in tema di integrazione e “attrattività”
di Chiara Borzì

Lo rivela l’VIII Rapporto sugli Indici di Integrazione elaborato dal Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (CNEL). Palermo unica provincia “virtuosa”. Caltanissetta fanalino di coda con un indice del 39,6%

Tags: Immigrazione, Extracomunitari



PALERMO - La visione multiculturale della società attuale non sfugge agli occhi di nessuno. Tutti siamo consapevoli di star andando incontro a un futuro in cui vivremo all'interno di una collettività fatta di commistioni e sfumature etniche che ci obbligherà a cambiare il nostro punto di vista.

Per far sì che all’interno di una società così ricca, la diversità non sia vissuta come un fattore di disturbo ma di arricchimento, giocherà un ruolo decisivo un buon processo d’integrazione.
I fattori che in un territorio favoriscono “l’inserimento degli immigrati sono diversi”, afferma l’VIII Rapporto sugli Indici d’integrazione del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro. Tra questi, gli elementi oggettivi (lavoro, status, godimento dei servizi base) e soggettivi (impatto psicologico dell’immigrato, relazioni sociali, aspettative) sono fondamentali per raggiungere l’obiettivo finale di rendere uguale la condizione dello straniero a quella del cittadino della nazione ospitante.

Il “potenziale” italiano nei confronti dell’integrazione è notevole, ma non sviluppato equamente nella nostra Penisola. All’interno di una classifica tripartita in “alta”, “medio”, “bassa” a essere leader, possiamo già dirlo, non sono le zone meridionali ma le regioni centro-settentrionali d’Italia come Friuli e la Toscana in testa (indici tra il 66% – 70%). A metà classifica troviamo sia regioni del nord (Lombardia e Piemonte), sia del centro (Lazio e Abruzzo) ma anche la Sicilia, unica rappresentante del Meridione, con il 48,9%. Le restanti regioni del Sud sono relegate nella zona “bassa”, dove la Puglia è addirittura ultima (34,3%).
A livello provinciale i giochi mutano. Palermo diventa unica città siciliana ad alta “potenzialità” (60,9%), subito dopo Treviso e prima di Brescia. Catania con il 53,2% è nella fascia media tra Massa Carrara e Cagliari, in compagnia di Siracusa, Trapani, Enna e Messina. Infine Caltanissetta è l’unica tra le siciliane a stazionare tra i primi posti della fascia di bassa, con un indice del 39,6%.

A scarse potenzialità coincidono spesso scarsi tassi di attrattività del territorio. In Sicilia questo indice è molto basso e l’Isola occupa la 15° posizione su 20 regioni, superata dalla Puglia per 4 punti percentuali (23% contro 27%). Tra le province è ancora Palermo (26,9%) a essere avanti, seguita in lontananza da Messina (22,6%) Catania (21%) e Trapani (20%) per chiudere con le maglie nere Caltanissetta, Siracusa ed Enna scese nella fascia minima della classifica con meno del 17% d’indice.

Entrando nel dettaglio delle voci relative al cosiddetto indice di “assorbimento territoriale”, tuttavia, i dati si fanno sorprendenti. Analizzando le cifre sull’inserimento degli stranieri nel mondo dell’istruzione italiana,  le isole diventano zone guida ma con la sola Sardegna a essere “testa di serie” (35,4% ). La Sicilia è infatti attardata alla quinta posizione con una percentuale del 26,9% inferiore a Lazio, Trentino e Campania. Scegliere di studiare nel nostro Paese è segno della maturazione di esigenze specifiche d’inserimento da parte delle coppie straniere, è un passo verso la possibilità di ottenere diritti come, ad esempio, la cittadinanza. Purtroppo però la legge italiana pone molti ostacoli alla naturalizzazione degli stranieri a causa del principio di jus consanguinis che non permette agli stranieri di ottenere lo status di cittadino se non prima aver dimostrato l’abitazione continua e ininterrotta per 10 anni sul nostro territorio .

Ad ogni modo, in tema di naturalizzazione, il Nord torna leader della classificazione di categoria con un numero di 6,85 stranieri naturalizzati contro il 3,41 delle isole. La Sicilia occupa la fascia bassa in compagnia di Lazio, Lombardia ma anche Puglia. Un simile dato negativo indica che anche nella nostra regione manca la possibilità di accedere ai requisiti base per maturare i diritti alla cittadinanza e non stupisce che i nostri luoghi siano considerati solo mete di passaggio e non di permanenza.
 
Un altro criterio per ottenere garanzie in Italia è avere un posto di lavoro, ma la crisi economica ha reso incerto anche questa possibilità. Seppur in diminuzione i dati restano indicativi. Il maggior tasso di occupazione si registra al nord (78,5%), il più basso nel Mezzogiorno (73,5%). Qualcosa cambia per le donne lavoratrici straniere, impiegate più al Centro che al Settentrione (56,4% - 51,5%), ma sempre meno al Meridione (45,9%). L’ingresso nel mondo del lavoro italiano è più aperto agli uomini (60%), per lo più genitori (55,4%) e con media istruzione (il 45,8% possiede il diploma). Il lavoratore straniero è destinato a lavori “permanenti” (65%), a tempo pieno (86,3%) e a compiti “qualificati e tecnici” (37,5%) e non a mansioni “non qualificate” come spesso è lasciato intendere. Come detto però, dal 2009, la crisi economica ha modificato alcuni di questi aspetti e la voce disoccupazione è diventata preoccupante.
 
Per fare qualche esempio davvero indicato basta dire che oggi a essere in cerca di lavoro sono più i figli che i genitori (48,2% contro il 34,5%) e che possedere un titolo d’istruzione superiore non da quasi più alcun vantaggio rispetto al passato perché diplomati e possessori di licenza media sono entrambi disoccupati almeno nel 40% dei casi. Nel rapporto Cnel non ci sono stime precise sulla situazione in Sicilia, ma si afferma che “il Mezzogiorno ha contribuito a innalzare il livello di disoccupazione straniera in Italia” con oltre il 51% di non occupati presenti nel “tacco” e nelle isole d’Italia.

Nonostante la crisi abbia uniformato negativamente la propensione dell’Italia all’assorbimento dei residenti stranieri, la Sicilia rimane la regione che concede meno speranze nel futuro per i migranti. Le nostre “potenzialità” nei confronti dei “cittadini del futuro” rimangono ancora una volta insufficienti, pur rimanendo intatta la predisposizione sociale ad accogliere una società multiculturale.

Articolo pubblicato il 25 febbraio 2012 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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