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Quotidiano di Sicilia

Il prossimo referendum porta al bipartitismo
di Carlo Alberto Tregua

I 25 movimenti autonomisti devono unirsi

Tags: Bossi, Berlusconi, Gianfranco Fini, Pdl, Pd



Nel congresso del Popolo della Libertà, Gianfranco Fini ha detto che il referendum elettorale si svolgerà il 7 giugno. Se Berlusconi sarà d’accordo, mettendo la museruola a Bossi, significa che il nuovo partito si orienta decisamente verso il bipartitismo. Ciò perché l’accorpamento del referendum alle elezioni europee assicurerà il quorum costitutivo (50 per cento più uno degli aventi diritto al voto) e verosimilmente i Sì prevarranno.
Certo, ne uscirebbe fuori una legge imperfetta, soprattutto perché carente del più alto tasso di democrazia, che è la preferenza degli elettori nell’elezione dei parlamentari, che in atto sono nominati dalle segreterie dei partiti. Tuttavia, la legge, seppur così claudicante, assegna il premio di maggioranza al partito vincitore e non alla lista, per cui di fatto gli altri partiti sarebbero penalizzati. Peraltro, ricordiamo che in Gran Bretagna vi sono partiti con oltre il 10 per cento di voti esclusi dal Parlamento; peggio accade in Francia, in Germania, in Spagna e negli Stati Uniti.

Il Partito democratico è fortemente interessato a questo scenario, perché sarebbe l’unico antagonista del Pdl. Probabilmente sceglierà di non ostacolare lo svolgimento del referendum abbinato, qualora Berlusconi lo decidesse. Alla luce di questa nuova situazione, il Partito democratico, che sarà sottoposto a un duro esame in questa prossima tornata elettorale, dovrà rapidamente scegliersi un leader forte, credibile e sostenuto da tutta la base, eliminando la pessima abitudine di ammazzare dopo breve tempo qualunque leader, anche se ha preso un milione e mezzo di voti alle primarie, come Romano Prodi, o tre milioni e mezzo di voti alle primarie, come Walter Veltroni.
E poi ha bisogno di un profondo coinvolgimento dei giovani, a molti dei quali, i più valenti, affidare incarichi di responsabilità, per farli crescere ancora di più.
Se in Italia ci si avvia al bipartitismo, la questione che va posta all’ordine del giorno è quale ruolo dovranno avere i partiti autonomisti, di cui ne abbiamo contati in tutte le regioni italiane, nell’inchiesta pubblicata il 6 marzo, ben 25.

Essi si trovano in Val D’Aosta, dove l’Union Valdotain governa, passando per la Provincia autonoma di Bolzano, dove la Svp governa, e attraverso il Partito sardo d’azione, fondato nel 1920, che si trova nella coalizione di maggioranza presieduta da Ugo Cappellacci, fino ad arrivare al Movimento per l’autonomia della Sicilia che esprime il Presidente della Regione, Raffaele Lombardo.
Naturalmente, non dimentichiamo il più grande fra i partiti autonomisti che è la Lega Nord, la quale governa tante Province e Comuni e in qualche parte è addirittura maggioritaria rispetto al Pdl. Tutti questi movimenti debbono capire subito che la loro sopravvivenza è legata alla capacità che avranno di unirsi.

Il simbolo dell’unione dovrebbe essere un quotidiano e noi suggeriamo Il quotidiano d’Italia, giornale per le autonomie, il quale si dovrebbe imparentare con La Padania per diventare il letto su cui far scorrere il fiume del legame fra tutti i movimenti autonomisti. Se passa il bipartitismo, sarà dura per gli autonomisti restare in Parlamento. Tuttavia, l’unione fa la forza.
Non si deve dimenticare che comunque il bipartitismo consentirebbe la rappresentanza in Parlamento superando una certa soglia di consensi, peraltro esistenti se si sommano quelli attuali.
Lo scenario che descriviamo non è fantastico, ma realistico. Solo prevenendo quanto si potrà verificare, i movimenti autonomisti in Italia hanno qualche speranza di sopravvivere. Vi è una regola, secondo la quale o noi gestiamo gli eventi o gli eventi gestiscono noi.
È importante che gli elettori, prima del voto, conoscano il programma, la maggioranza e il leader di ogni parte in competizione, evitando i vergognosi giochi dei caminetti e dei corridoi che si facevano ai tempi della Democrazia cristiana. Ma è anche importante che i partiti autonomisti, col novello federalismo, esprimano nel Senato delle Regioni la propria volontà politica, quella che proviene dai territori, per bilanciare il centralismo di uno Stato che difficilmente rinunzierà ai suoi privilegi.

Articolo pubblicato il 01 aprile 2009 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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