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Quotidiano di Sicilia

Sicilia: 2.731 casi di Aids dall’82
di Adriana Zuccaro

Il convegno “Hiv & Hcv” lancia l’allarme: 1 sieropositivo su 4 non sa di esserlo, rischi sottovalutati. Il vertice delle linee guida Hiv dell’Oms Vella: “Il paziente vive più a lungo ma chiede maggiore qualità”

Tags: Aids, Hiv



PALERMO - Era il 1982 quando la letteratura medico-scientifica internazionale riportava la scoperta di una delle malattie più subdole che l’uomo potesse contrarre, la sindrome da immunodeficienza acquisita, comunemente indicata con l’acronimo inglese Aids – Acquired immune deficiency syndrome – e associata al virus che la provoca, l’Hiv.
Da quel primo allarme, grave e diffuso, gli sforzi compiuti dalla comunità scientifica impegnata nella ricerca medica contro l’Hiv/Aids sono stati costanti e innumerevoli.

A distanza di trent’anni, pur non essendo stata ancora trovata una cura definitiva per l’infezione da Hiv, i progressi registrati nel campo della ricerca farmaceutica hanno permesso di migliorare notevolmente l’aspettativa e la qualità di vita dei 34milioni di pazienti sieropositivi che si contano in tutto il mondo – una persona su 180 – mettendo a disposizione regimi terapeutici altamente efficaci e farmaci mirati che hanno reso l’Aids sempre meno mortale e ridotto l’infezione da Hiv a una patologia cronica.

Eppure, stando ai dati espressi pochi giorni fa nel corso del convegno “Hiv & Hcv, due storie parallele: le sfide future” organizzato a Roma nella sede dell’Istituto Superiore di Sanità, la scarsa conoscenza e la sottovalutazione del rischio emersa dalle indagini sull’Italia – un sieropositivo su 4 non sa di esserlo – purtroppo si scosta da una più alta coscienza internazionale.
Nel nostro Paese le persone affette da Hiv sono circa 180mila e quelle con Aids circa 40mila. Solo in Sicilia, dall’inizio dell’epidemia ad oggi, i casi di Aids sono stati 2.731, dei quali 19 nel 2010.

Con numeri del genere alla mano, Stefano Vella, direttore del dipartimento del farmaco dell’ISS e recentemente nominato al vertice delle linee guida Hiv dell’Organizzazione mondiale della sanità, ha fatto risuonare con forza l’impegno che le istituzioni mediche e scientifiche coinvolte sono chiamate a investire. “Bisogna mettere in atto nuove strategie, studiare nuovi farmaci, combinare diversamente quelli a disposizione – ha affermato Vella – anche perché se fino a qualche tempo fa il paziente ci chiedeva di vivere anni in più, oggi che questi anni li ha conquistati ci chiede, anzi vorrei dire pretende, che siano anni di qualità. Abbiamo il dovere di rispondere a questa richiesta. Un dovere nei confronti del paziente ma anche della collettività. Perché è dimostrato che un paziente trattato presto e bene mantiene un’alta aderenza alla terapia e ha minori possibilità di trasmettere il virus”.

A preoccupare il direttore del dipartimento del farmaco dell’ISS è però anche un altro aspetto del problema, già annunciato nel titolo del convegno: circa il 30% delle persone con Hiv, infatti, ha contratto anche il virus dell’epatite C (Hcv) e la percentuale sale fino al 90% se si considerano popolazioni speciali, come gli emofilici, che necessitano di frequenti trasfusioni, o i tossicodipendenti, che usano droghe iniettive.

“Sono le comorbidità a rappresentare una sfida e una preoccupazione per due motivi: innanzitutto perché i pazienti, spesso avanti con gli anni, hanno una serie di problematiche legate più all’età che all’infezione – basti pensare alla sindrome dismetabolica – alle quali bisogna aggiungere il fattore ‘virus’ che amplifica e anticipa danni al sistema cardiovascolare, ai reni, al sistema nervoso”. È infatti ormai dimostrato che il virus ha un effetto infiammatorio, scatena una costante immunoattivazione.
“In trent’anni di lotta abbiamo capito che il virus deve essere stanato da dentro le cellule. Solo così si potrà pensare davvero di combatterlo definitivamente. Bisogna stanare il virus dai ‘serbatoi’ dentro i quali si nasconde. Per questo oltre alle terapie bisognerà chiedere aiuto all’ingegneria genetica – conclude Vella –. Sono fiducioso ma penso che ci vorranno ancora una decina di anni”.
 

 
Approfondimento. La ricerca sull’Hiv aiuta la lotta contro l’Hcv
 
Circa 30 anni di ricerche nel campo dell’HIV/AIDS hanno portato allo sviluppo di regimi terapeutici altamente efficaci. Pur non essendo stata ancora trovata una cura definitiva per l’infezione da HIV, i notevoli progressi nel campo della ricerca farmaceutica hanno permesso di migliorare notevolmente l’aspettativa e la qualità di vita dei pazienti sieropositivi, mettendo a disposizione regimi terapeutici sempre più semplici ed efficaci. La ricerca sui farmaci anti-HIV è anche servita come modello per lo sviluppo di nuovi farmaci contro l’HCV, i cosiddetti “direct acting agents”. Il recente arrivo della prima generazione di questi nuovi farmaci ha permesso di portare alla guarigione virologica un numero sempre più elevato di pazienti rispetto allo “standard of care” attuale, e di trasformare il decorso clinico dell’epatite C. Il confronto tra le esperienze passate e le scoperte scientifiche più recenti, insieme a uno sguardo ai possibili scenari futuri, permetterà di realizzare un percorso di reciproco apprendimento e, soprattutto, di disegnare le strategie più appropriate per utilizzare al meglio nella pratica clinica gli strumenti terapeutici già a disposizione e quelli che arriveranno nel prossimo futuro.

Articolo pubblicato il 19 maggio 2012 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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