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BORG MCENROE

di Francesco Torre

La storia di due leggende mai raccontata prima



BORG MCENROE
Regia di Janus Metz Pedersen, con Sverrir Gudnason (Bjorn Borg), Shia LaBeouf (John MacEnroe), Stellan Skarsgard (Lennart Bergelin)
Svezia/Danimarca/Finlandia 2017, 100’.
Distribuzione: Lucky Red.
 
1980. Lo svedese razionale Bjorn Borg e lo scavezzacollo americano John McEnroe gareggiano per il titolo di Wimbledon. Non è solo una partita di tennis, ma un confronto di stile, di caratteri, di opposti. O forse no, stando a quanto rappresentato dal film del danese Janus Metz Pedersen (noto fuori dai confini nazionali solo per un documentario sull’armadillo). In “Borg McEnroe”, infatti, la tesi principale sembra essere quella che i due campioni avessero in realtà molto più in comune di quanto non si potesse pensare.
Borg l’uomo di ghiaccio, che qui è il fuoco del racconto, per esempio in realtà era un vulcano, e la sua ossessione per il dettaglio e le superstizioni facevano parte di un meticoloso meccanismo di autocontrollo, costruito proprio per prevenire quegli eccessi di rabbia che invece avevano pregiudicato così velocemente la reputazione del grande rivale.
 
Bella la fotografia, che cattura il periodo in modo efficace, usando una tavolozza di colori satura e sintetica. Ottima anche la scelta del cast: se LaBeouf è un tantino troppo vecchio per il ruolo, pure riesce a trasmettere l’isolamento e la vulnerabilità di McEnroe; perfetto è invece Gudnason nel ruolo di Borg, capace di rappresentare brillantemente la natura del campione, acceso all’interno e gelido in apparenza.
 
Poco convincente, invece, la tesi narrativa già dichiarata in apertura dell’articolo, ovvero il tentativo di avvicinare i due eroi sportivi in termini psicologici. Il film, infatti, alla lunga manca di conflitto proprio nella sua colonna vertebrale, mentre si diramano sottotrame molto più interessanti che purtroppo vengono compresse dalla durata standardizzata: il rapporto, per esempio, tra McEnroe e il padre e tra Bjorg e il suo storico allenatore.
 
Il film, insomma, sembra mancare di qualcosa, e quel qualcosa non è certo il tennis, che al cinema non ha mai funzionato e che qui - come nella grande tradizione del cinema di sport - si vorrebbe considerare come una grande metafora.
 
Voto: ☺☺☻☻☻

Articolo pubblicato il 16 novembre 2017 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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