Per accedere al QdS ed all'archivio utente password registrati e abbonatipassword dimenticata
facebook qdsIl Quotidiano di Sicilia ´┐Ż su Twitterrss qds

Quotidiano di Sicilia

Albergo Hollywood di Giuseppe Patern˛ di Raddusa


Gen
19
2014

La Grande Bellezza verso l'Oscar (ma l'Italia dei Jep Gambardella ├Ę pronta?)


Dopo aver finito di vedere La Grande Bellezza di Paolo Sorrentino, per circa tre giorni, sono stato attraversato da discordanti moti d’animo. Anacronistico plagio di quel capolavoro – quello sì, davvero inascoltato – che è Roma di san Fellini (nume tutelare dell’opera del regista de Le conseguenze dell’amore) o glorioso vademecum della nostra nazione ai tempi dello smantellamento civile e morale che siamo chiamati a vivere?
 
 
La querelle è complessa, la posta in gioco (il destino del nostro cinema e del nostro paese, mi dicono: sarà vero?) altamente impegnativa. Dopo un po’, tuttavia, il film è tornato a sonnecchiare - perlomeno, nella mia mente - e ne ho visti almeno trenta migliori, e pari numero di peggiori. Fino a quando comincia il tour di distribuzione all’estero, e Sorrentino prepara poco a poco il terreno per un trionfo che si è annunciato da poche ore a questa parte.
 
Il film piace praticamente ovunque, si ritaglia un posto d’onore nelle top ten dei migliori film per alcuni dei critici più importanti d’Oltreoceano (occupa la settima posizione per Stephen Holden del New York Times e la seconda per Richard Corliss di Time) e, poco a poco, comincia a raggranellare premi su premi, mettendo in ombra perfino l’Adéle di Abdellatif Kechiche, ineleggibile perché distribuito in patria troppo tardi rispetto alla deadline prevista dalle norme dall’Academy of Motion Picture Arts and Sciences (in soldoni, gli Oscar) in merito al premio relativo al miglior film in lingua straniera.
 
La scorsa domenica La Grande Bellezza trionfa ai Golden Globe, il premio della stampa estera che risiede a Hollywood; poche ore fa ottiene la candidatura all’Oscar come miglior film straniero, e pare essere in assoluto predicato per stravincere. I social network sono letteralmente impazziti: il film è trend topic su Twitter, Facebook è diviso tra coloro che ne incensano la fattura e quelli che lo ritengono un espediente barocco che, per parlare del nulla, si nutre del vuoto culturale che racconta.
 
Liti su liti, dibattiti su dibattiti, i detrattori che gridano allo scippo felliniano e i difensori che rievocano l’accoglienza che ebbe cinquant’anni fa La dolce vita felliniana - anche se il primo che si azzarda a fare paragoni meriterebbe l’esilio al Polo Sud. Il film è riuscito decisamente nel suo scopo: quello di far parlare di sé.
 
 
Per circa un anno Sorrentino e Servillo, protagonista assoluto del film (l’annoiato festaiolo e cialtrone Jep Gambardella) ci hanno fatto una capa tanta – per rimanere in linea con le origini partenopee dei due – insistendo sulla crisi dei costumi, sull’ineducazione morale del Paese, sullo sgretolarsi dei valori, et similia. Fino a quando Servillo - in straordinaria controtendenza con i dettami della pellicola in odore di Oscar - manda a fanculo in diretta telefonica una giornalista, che timidamente gli fa una domanda sulle critiche ricevute dal film.
 
 
E l’episodio, per quanto possa apparire poco pertinente in un’analisi sulle ragioni del successo del film in Italia e all’estero, è in realtà significativo di una tendenza che ingloba Servillo e il nostro Paese tutto: quanto siamo pronti – a partire dalla star dell’opera - a tornare sulla bocca di tutti? Quanto durerà la sobrietà di una reazione che potrebbe rivelarsi provinciale [sic!] e inadeguata? Sarà ancora possibile ragionare sul cinema di Sorrentino con assoluta libertà o le cesoie del Kodak Theatre impediranno di muovere qualsivoglia tipologia di obiezione? O, al contrario, sarà infangato, biasimato e punito per essersi permesso d’aver vinto un premio così importante?
 
Ci auguriamo che non accada nulla di tutto ciò, e che dopo la statuetta (che vincerà, parliamoci chiaro: l’ermetismo non si addice a questo post) Sorrentino torni a fare film orribili o incantevoli scevri dal retaggio dei premi, ché in questo momento al cinema forse non contano poi così tanto. Il problema degli Oscar e del film di Sorrentino, dunque, è squisitamente culturale, e supera le effettive qualità della pellicola. Ma è una cultura diversa: quella degli hashtag, della voracità blogosferica, del web, dello streaming. Di una piattaforma più che virtuale dove si consuma la nuova cultura: piaccia o meno (a noi, e al destino del film di Sorrentino), ma è così.


comments powered by Disqus
´╗┐