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Albergo Hollywood di Giuseppe Patern˛ di Raddusa


Feb
02
2014

God bless the Poppins


Premessa: non ci interessa parlare di Oscar, ma lo faremo comunque. Ignorare Emma Thompson tra le candidature alla miglior attrice protagonista è stato – da parte dell’Academy – un gesto profondamente empio, a voler essere iperbolici; ma tant’è. L’attrice britannica, con Saving Mr. Banks, dimostra di essere ancora una volta un’interprete che poco ha da invidiare a colleghe come Meryl Streep e Judi Dench. La campagna e le politiche per gli Oscar, tuttavia, sono noiosissime: torniamo dunque a parlare del film.

Saving Mr. Banks è velatamente ispirato alle diatribe sui diritti di sfruttamento cinematografico legate a Mary Poppins, romanzo per giovanetti che Pamela Lyndon Travers riuscì a pubblicare nel 1934, primo di una lunga serie dedicata alle vicende della bambinaia volante. E che videro l’autrice in combutta con Walt Disney, che ogni anno – per quasi vent’anni – provava ad avvicinarla per acquisire i diritti cinematografici del romanzo. Complice lo sfinimento - e il progressivo calo di vendite delle sue opere -  la Travers finì per accettare la negoziazione. La storia, da qui in poi, è arcinota: Mary Poppins è diventato il cult movie che chi non ha mai visto è da considerare pari a Jabba the Hutt per rispetto e considerazione, Julie Andrews ha vinto un Oscar e per circa un lustro è rimasta incastrata nel ruolo della governante ideale (si ringrazia Blake Edwards per averle affidato ruoli più carnali), mezzo mondo non ha più smesso di intonare Chim-Chim-Cheree (Can caminì nella versione italiana), e ha inserito supercalifragilistichespiralidoso nel dizionario personale cui fare sempre riferimento.


Peccato però che la Travers non avrebbe mai perdonato Walt Disney, Don Da Gradi (lo sceneggiatore), i fratelli Sherman (autori della colonna sonora) e Robert Stevenson (il regista) per aver del tutto deformato la sua eroina letteraria: la coriacea Poppins non portava i bambini a fare gite dentro i dipinti, né li aiutava a pulire la cameretta schioccando le dita. Era una valida e onesta guida, semmai, per affrontare le durezze di una vita sempre in salita. Non cantava, non ballava, non indorava pillole. Facile intuire come, dunque, la versione cinematografica prodotta da Walt Disney non incontrò affatto i favori della scrittrice.  Chiamata a collaborare agli ultimi dettagli della pre-produzione, rese un inferno la vita degli Sherman, di Da Gradi e di Disney stesso, pretendendo modifiche su modifiche e bizzarre condizioni: su tutte, l’imposizione che ogni conversazione con il team fosse registrata su nastro. Disney trovò il modo di raggirarla, tuttavia: e il film, com’è noto, è pieno di pinguini animati che ballano, suffragette canterine, melassa e buoni sentimenti. Ed è, comunque, un capolavoro assoluto, in grado di commuovere i cuori più arcigni e gli animi più tormentati.

Si può dire lo stesso del film di John Lee Hancock, con la sopra citata Thompson nei panni della Travers, e Tom Hanks in quelli di Disney? Nì. Il film è un ricattatorio ma piacevolissimo backstage di una delle pellicole più importanti (ed economicamente redditizie) di sempre. Metacinema con tutti i crismi, difetti annessi. Stufano, intanto, le polemiche sul signor Walt: razzista, maschilista, davvero? Ancora? Importa ormai a qualcuno? È infinitamente più divertente che questo Saving Mr. Banks sia prodotto dalla Disney e parli di Disney stesso: checché ne dicano i detrattori, non c’è l’agiografia del papà di Topolino, ma un ben più sottile  e ambiguo ritratto in cui l’uomo non riesce a scindere se stesso dal creatore di sogni (e quattrini), distratto e pacioccone a momenti, ma anche calcolatore, fumatore e bastardello.

È paradossale: chi avrebbe mai detto che sarebbe stato quello di Walt Disney uno dei ruoli meno rassicuranti nella luminosa carriera di Tom Hanks? Il film di Hancock, purtroppo, è rovinato da una sequela imbarazzante di flashback sull’infanzia della Travers: se è importante scoprire quanto il passato con il padre alcolizzato sia stato debitore nella stesura del suo romanzo, non è necessario infarcirci un film. Che, beninteso, funziona alla grande sul finale: quando, durante la prima proiezione ufficiale, la Travers si rende conto che Mary Poppins la disgusta, ma che fa qualcosa di importante per uno dei personaggi, succede qualcosa di veramente importante. Una deflagrazione di sentimenti che, sullo schermo, un attore non riusciva a rendere così tragica e necessaria dai tempi di Lesley Manville in Another year di Mike Leigh. Che poi il film renda la Travers meno disinibita di quanto fosse in realtà e più vicina ai costumi e alle inclinazioni di una nevrotica signora britannica di mezza età,  è un altro discorso. In fondo è un film di fiction, non un documentario di stampo biografico.

La signora dal cielo non arriva a salvare i bambini, è vero. Salva il padre. Il film, tuttavia, poteva essere fatto meglio, ma chi scrive – all’anteprima stampa – s’è guadagnato in regalo il dvd di Mary Poppins. Direi che poteva andarmi peggio. 



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