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Quotidiano di Sicilia

L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Mag
24
2011

La mafia conquista lÂ’economia di Milano


Ero consigliere alla Presidenza della Regione, correva l’anno 1986. Il presidente, Rino Nicolosi, cui mi legava una disinteressata amicizia, in un discorso memorabile, avvertì che la vera mafia, quella ricca, quella che contava, era a Milano e nella Borsa.
Sono passati 25 anni e i quotidiani scoprono l’acqua calda nel constatare la moltiplicazione di inchieste, di arresti e di sequestri di beni mobili e immobili di organizzazioni criminali che si stanno inserendo in quel tessuto economico. Peraltro, nel Veneto esiste già un’infiltrazione sostanziale con i mafiosi del Brenta, che controllano gran parte di quel territorio.
Quanto precede, per dire che la questione della criminalità organizzata è una questione nazionale. I metodi d’infiltrazione sono diventati più sofisticati e oggi a rappresentare gli interessi delle organizzazioni criminali vi è un ceto professionale e imprenditoriale in guanti bianchi, apparentemente irreprensibile, che fa un business mirato al trasferimento di risorse finanziarie illecite nel versante dell’economia ufficiale.

Il ceto professionale in guanti bianchi ha ramificazioni estere in nazioni inserite nella black list e nella lista grigia, ove si opera senza controlli o con controlli molto limitati. È del tutto evidente che la mafia si inserisce dove c’è la ricchezza, perché la sua azione parassitaria si nutre meglio dove c’è più polpa e non dove c’è povertà. In Sicilia, risulta un reddito pro-capite di 14 mila € contro i 28 mila della Lombardia, quindi qui la speranza di grattare qualcosa da uno stato di obiettiva semipoverà è basso. A Milano vale il doppio.
Dopo 25 anni dalla denuncia di Nicolosi, la situazione per la città meneghina si sta aggravando e vorremmo che le Procure, non solo del capoluogo ma anche delle altre città, si occupassero di snidare i reati contro la Pubblica amministrazione, da chiunque perpetrati.
Non solo, quindi, quelli della criminalità organizzata, ma anche tutti gli altri che saccheggiano la Cosa pubblica, come ha ampiamente comunicato nella sua relazione annuale, il presidente della Corte dei Conti Luigi Giampaolino. Oltre all’evasione, è grave l’espandersi della corruzione.
 
Evasione fiscale e contributiva, attività economiche malavitose, corruzione estesa nella Pubblica amministrazione sono tre cancri difficili da estirpare, perché vi è una zona grigia che fa congiungere i criminali con una parte debosciata del ceto politico e amministrativo.
I dirigenti che non osservano i tempi del procedimento, cadenzati dalla Legge 241/90 e, in Sicilia, dalla Lr 10/91, sarebbero perseguibili amministrativamente e penalmente. Ma, in effetti, questo non accade quasi mai, con la conseguenza che la non punibilità incentiva altri a cadere in fallo. Peraltro, la non punibilità del falso in bilancio introdotta con legge dal Governo Berlusconi ha portato molti amministratori di società a dichiarare dati non veri, tanto il rischio è modesto e vale la pena correrlo.
Se per l’evasione fiscale e contributiva l’azione dell’Agenzia delle Entrate, della Guardia di Finanza e del settore ispettivo dell’Inps sta portando risultati concreti (nel 2010 ben 21 miliardi di euro), se i sequestri di beni della criminalità organizzata si moltiplicano ogni giorno sotto l’impulso del ministro dell’Interno, Roberto Maroni, vi è una carenza assoluta nelle Pubbliche amministrazioni - statale, regionali e locali - di lotta alla corruzione. Ciò perché nessuno la va a cercare.

Infatti, in nessun Ente esiste un Piano aziendale che stabilisca tempi, modi, obiettivi e figure professionali necessarie per produrre i servizi. E non esistono i Niai (Nuclei investigativi affari interni) che vadano a controllare e a scavare dentro quegli ambienti misteriosi della Pubblica amministrazione per far emergere la corruzione e le inefficienze. Come? Controllando i tracciati digitalizzati e paragonando i risultati agli obiettivi. Dai ritardi, dalle lacune, dalle carenze, emergerebbero con chiarezza inefficienza e corruzione.
Fino a oggi, almeno in Sicilia, non abbiamo notizie che Regione ed Enti locali abbiano istituito il Niai, il che significa dare copertura a inefficienze e corruzione. Perciò, quando il pesce puzza dalla testa bisogna gettarlo nell’immondizia, per evitare che l’odore fetido si espanda fra i cittadini.


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