Per accedere al QdS ed all'archivio utente password registrati e abbonatipassword dimenticata
facebook qdsIl Quotidiano di Sicilia � su Twitterrss qds

Quotidiano di Sicilia

L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Ago
20
2011

La casta finanziaria ha rovinato il mondo


La crisi del 2008 è nata perché i governi dei Paesi avanzati non hanno stabilito le regole che dovevano imbrigliare i prodotti finanziari. Questi sono nella maggior parte prodotti virtuali, cioè inesistenti. Per esempio i futures e i derivati predispongono a termine l’acquisto o la vendita di determinati titoli. La scommessa del trader sta nel fatto che alla scadenza, se le circostanze saranno conformi alle sue previsioni, avrà guadagnato la differenza tra il prezzo iniziale e quello finale.
Voi capite che quando si commercia il nulla sul nulla, la probabilità del fallimento è altissima ed è proprio quello che è accaduto nel 2008, in base al meccanismo che ho appena descritto, seppur ridotto all’osso. Il risultato di questa colossale operazione, che hanno adoperato le banche più e meno grandi di tantissimi Stati, è che quando i titoli di riferimento sono crollati, tutti i relativi impegni a termine non sono stati onorati. Ed ecco le massicce immissioni di liquidità per assorbire tali debiti da parte degli Stati.

L’ulteriore conseguenza è stata un taglio drastico delle attività e la refluenza della stretta bancaria sull’economia reale. Gli istituti di credito, quando si è scoperto il lato delle operazioni virtuali, sono stati costretti a stringere quello delle operazioni reali, perché nel sistema bancario tutto funziona a vasi comunicanti. La stretta nell’economia reale ha comportato il blocco degli investimenti e da lì il blocco della crescita.
Le spiegazioni che hanno dato i macroeconomisti e gli esperti di finanza non sempre sono stati leali con la pubblica opinione mondiale, poiché bastava scoprire il vaso di Pandora perché la gente capisse. Ma la volontà di far capire non sempre c’è stata.
Nonostante i disastri che hanno combinato le banche, i Ceo (Chief executive officer) e presidenti e componenti dei consigli di amministrazione si sono liquidati compensi sempre maggiori perché quello che a loro importava era dimostrare che i conti economici avessero utili a breve (le trimestrali e le semestrali) indipendentemente dalla struttura finanziaria e patrimoniale di ogni istituto di credito. Tutti costoro hanno lavorato senza controlli dimenticando l’aspetto etico.
 
Molti governi hanno tentato di mettere una pezza, istituendo regole meno larghe, sia per quanto concerne le operazioni allo scoperto che per i compensi degli amministratori di banche. Tuttavia i provvedimenti sono stati (e sono) del tutto insufficienti per risolvere la questione di fondo che consiste in un semplice divieto: non fare più operazioni allo scoperto se non nel giusto rapporto fra prodotti e impegni e in relazione alla struttura patrimoniale delle banche.
Non sempre i governi hanno la forza di mettere il cappio al sistema bancario perché esso è una lobby formidabile, ramificata, infiltrata in tutti i gangli del potere e quindi riesce a bloccare ogni iniziativa che tenda a limitare la sua sfera d’azione.
Ma non si può prescindere dallo stabilire un giusto equilibrio fra le attività del sistema bancario e l’interesse generale. Quest’ultimo, è ovvio, deve sempre prevalere. Guai se continuasse ad avvenire il contrario come in passato ed in particolare dal 2008 in avanti.

E veniamo al nostro Paese. Per fortuna il nostro sistema bancario è solido perché alimentato da un popolo di formichine che risparmiano molto rispetto agli altri popoli, che è prudente e si indebita cum grano salis. Si dirà che questa propensione a un basso indebitamento ha una controindicazione: bassi consumi. Non si può negare. E tuttavia proprio questa capacità di risparmiare ha salvato l’Italia parzialmente da una bufera tragica come quella che ha colpito la Grecia.
Nonostante ciò, l’Italia ha perso 5 punti di Pil che non ha ancora recuperato, mentre la Germania ha superato il gap ed è in piena fase di sviluppo.
Perché ci riferiamo sempre al Paese centroeuropeo? Perché è ovvio che esso, per noi, costituisce un benchmark, cioè un punto di riferimento al quale dobbiamo tendere. Come, per quello che riguarda le nostre inchieste, esse hanno come benchmark la Lombardia, il Veneto o il Piemonte, perché in quelle regioni si produce una ricchezza straordinaria rispetto alla media nazionale e a quella della nostra Isola. Dobbiamo ribaltare la nostra mentalità. Funzionare con merito e responsabilità.


Tags: Politica - Casta
comments powered by Disqus