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L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Set
01
2011

Da Province di apparati a Province consortili


Un falso dilemma agita l’Italia per effetto del Dl 138/2011, terza Manovra estiva di Tremonti nell’anno corrente. Riguarda il taglio previsto di 36 (poi divenute 29) Province su 110 in totale, seguendo un criterio quantitativo, non rispettoso di necessità dei territori ed anche di usi e tradizioni. L’articolo 114 della Costituzione prevede l’istituzione di Regioni, Province, Città metropolitane e Comuni ma, ovviamente, non precisa quali forme debba avere ciascuno di codesti enti, né come essi debbano essere istituiti e neppure su quali territori debbano agire.
Tutto ciò andava disciplinato con legge ordinaria. Ed infatti il Parlamento approvò la legge n. 122/1951 con cui ha istituito gli organi elettivi. Con il rientro di Trieste in Italia, già nel 1954, si contavano ben 92 Province. Ma con successive leggi ne sono state istituite altre, fino a raggiungere il macroscopico numero di 110. Fra esse ve n’è addirittura una che ha appena 58 mila abitanti (Ogliastra). Così come sono state istituite, le Province possono esser cambiate nella forma. La questione riguarda il costo dei loro apparati politici e burocratici.

È su di essi che dev’ essere abbattuta la scure dei tagli, non sulle Province in quanto tali. C’è una soluzione a questa possibilità? C’è, è semplice, basta che il Parlamento abbia voglia di attuarla. Di che si tratta? Di quanto propone l’articolo 15 dello Statuto siciliano. Il quale prevede che i Comuni possano accorparsi in un ente intermedio sotto forma di Consorzio di Comuni che nessuno vieterebbe di chiamare Province consortili.
Basta modificare la citata legge ordinaria, per consentire ai Comuni di aderire, liberamente, ma obbligatoriamente (nel senso che non possono restare fuori), alle Province consortili. La modifica avrebbe il pregio di abbattere il costo degli apparati perché il Consorzio graverebbe sui bilanci dei Comuni, in proporzione al numero di abitanti, con ciò mandando a casa consiglieri, assessori e presidenti, risparmiando tutte le relative indennità. Studi diversi hanno concordato che tali risparmi potrebbero ammontare a circa 5 miliardi.
Lasciando piena libertà ai Comuni di accorparsi come meglio credono, l’istanza proverrebbe dal territorio. Ogni cittadino avrebbe a carico una quota uguale per la Provincia consortile e potrebbe controllare se i propri sindaci operano bene o male nell’ambito dell’ente di secondo grado.
 
Le Province consortili così costituite entrerebbero in vigore con le prossime elezioni comunali, perché quelle provinciali sarebbero abolite, con ulteriore risparmio di costi amministrativi. 
Chi non vuole fare una riforma così semplice peschi nel torbido e agiti gli spettri di una falsa democrazia, per salvare la casta formata da consiglieri, assessori e presidenti provinciali che, con la soluzione da noi prospettata, sarebbero sostituiti dai sindaci dei Comuni consorziati, ovviamente a costo zero, neanche quello relativo al rimborso spese.
La soluzione, inoltre, non imporrebbe dall’alto la riduzione del numero delle Province, in quanto consentirebbe ai Comuni di mettersi insieme secondo i propri interessi. Al limite, le Province potrebbero anche aumentare di numero, ma sarebbe errato.
Anche per quanto riguarda i Corpi dello Stato (Comandi delle Forze dell’Ordine e Prefetture), nulla vieterebbe che avessero giurisdizione per più Province consortili.

La soluzione per la Sicilia è ancora più semplice perché, come prima indicavamo, è nello Statuto. Sorprende che venticinque anni fa l’Assemblea regionale approvò l’incostituzionale legge (9/86), che stranamente passò anche il vaglio del commissario dello Stato dell’epoca e che nessun Governo successivo ha ritenuto di modificare nel senso previsto dallo Statuto.
Sorprende ancor di più che il presidente Lombardo, nonostante abbia diverse volte dichiarato l’abolizione delle Province attuali per sostituirle con i Consorzi di Comuni, a distanza di 40 mesi da quando si è insediato, non abbia ancora depositato il relativo Disegno di legge presso l’Ars.
Un ritardo colpevole che non ha spiegato ai siciliani, perché se l’avesse fatto avrebbe avuto un consenso generale. Ma, si sa, è più difficile accontentare chi non ha voce (appunto, i siciliani) che scontentare le carneadi partitocratiche che pullulano nelle Province siciliane incostituzionali, che assorbono parassitariamente risorse pubbliche. Come se fosse scritto in qualche posto che il seggio conquistato debba essere equiparato ad un posto di lavoro per i senzamestiere.


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