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L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Set
23
2011

Valutare la produttività della spesa pubblica


La spesa pubblica in Italia, nel 2011, raggiungerà il 49,9 per cento del totale. Nella Grecia fallimentare raggiunge il 49,7 per cento, in Portogallo il 47,7 per cento, in Irlanda il 45,5, in Spagna il 42,9. Questi dati provengono dalla Commissione europea e indicano l’obesità delle istituzioni italiane che si mangiano la metà della spesa complessiva.
Questo è il nodo della questione. Fuggire dalla realtà, aumentando le imposte, come ha fatto questo Governo, significa portare la pressione  fiscale a 45,7 per cento, cioè quattro punti oltre la media europea.
Combinando i due dati si capisce perché la crescita del Pil italiano nel 2011 sarà inferiore allo 0,8 per cento e quella del 2012 intorno allo 0,2 per cento. Si tratta infatti di una manovra che sottrae risorse ai cittadini - i quali inevitabilmente spenderanno di meno nei consumi - e mantiene un livello di spesa corrente estremamente elevato, avendola sottratta a quella per gli investimenti. Anche in questo caso lo stallo è depressivo, perché genera assistenzialismo anziché produzione di ricchezza.

La prossima manovra che Governo e maggioranza attueranno nel mese di ottobre, per ottemperare alle indicazioni della Bce, la quale senza rigore non comprerebbe i titoli italiani, riguarderà esclusivamente il taglio della spesa pubblica, cioè la spesa corrente, non quella per investimenti.
Dovranno essere toccati i tabù delle pensioni di anzianità, dell’interesse sul debito pubblico, abbattendolo mediante la vendita di immobili, il taglio decisivo delle remunerazioni dei pubblici dipendenti, nonché l’eliminazione delle indennità a consiglieri comunali e circoscrizionali, e a deputati nazionali e regionali. Il Governo dovrà inoltre procedere allo smantellamento delle società pubbliche locali, le quali pagano fra amministratori e revisori oltre 40 mila persone del tutto inutili alla produzione dei servizi.
Se tali servizi fossero affidati a imprese, mediante bandi di gara di evidenza pubblica, costerebbero infinitamente di meno e sarebbero più efficienti. Certo, in questo caso, occorrerebbe attrezzare le istituzioni con opportuni organi di controllo, che dovrebbe essere tassativo.
 
Vi è poi un’altra questione, che non viene riportata sovente sul tavolo e, cioè, la qualità della spesa pubblica. E per qualità noi intendiamo la sua produttività. Ciò significa che a ogni euro speso deve corrispondere più di un euro di servizio prestato, per l’effetto moltiplicatore di una sana ed efficiente organizzazione. Questo meccanismo virtuoso diventerebbe la base per remunerare dipendenti e dirigenti pubblici, anche premiandoli per gli obiettivi che via via raggiungono. 
Nella remunerazione dei dipendenti pubblici, almeno in quelli siciliani, vi è un aspetto che ha del ridicolo. Una parte dei compensi annuali è subordinata al raggiungimento degli obiettivi. Il fatto è che anche quando essi non vengono raggiunti il cosiddetto premio viene erogato ugualmente. Si tratta di una palese iniquità, non giustificabile in alcun modo, che ha un ulteriore effetto negativo: quello di diseducare i cittadini, i quali si sentono presi in giro perché i loro quattrini vengono gettati al vento e anche perché si diffonde un principio antimeritocratico.

Vi sono molti metodi per valutare la produttività della spesa pubblica. L’organizzazione è una scienza che ne prevede tantissimi, trasferiti nel controllo di gestione, noto ai professionisti di questo ramo. Ricordo che il controllo di gestione obiettivo si fa nelle aziende private, in quelle pubbliche e nella pubblica amministrazione, solo che in quest’ultima il controllo è meramente formale e non riguarda il rigoroso rapporto fra obiettivi fissati e risultati raggiunti.
Mancando questo controllo, è impossibile valutare l’opera di chi ha prestato il proprio lavoro professionale, dal che ne consegue che tutti sono uguali, venendo meno la graduatoria che si sgrana fra il primo e l’ultimo di ogni situazione.
La questione è semplice ed è inutile girarci intorno. Chiunque apra la bocca per emettere fiato danneggia la collettività. Lo fa perché è in malafede o ignorante, ma il risultato è il medesimo. Cincischiare ancora sulla produttività della spesa pubblica è delinquenziale.


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