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L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Ott
15
2011

La giustizia lenta costa lÂ’1% del Pil


Mille giorni in media per ottenere una sentenza di primo grado. 1.500 giorni per il secondo grado. Mille giorni per il terzo grado. In totale oltre dieci anni per avere una sentenza civile o penale. Vi sono pendenti 5,5 milioni di cause civili, 3,5 milioni di cause penali, 750 mila cause tributarie, 700 mila cause amministrative, secondo gli ultimi dati Istat disponibili. Un arretrato enorme che indica il grado di inciviltà del nostro Paese. L’aspetto che non si vede è che questo stato di cose non solo pregiudica la certezza del diritto, ma è una sorta di respingente per chi volesse investire nel nostro Paese.
Singapore ha avuto in questi ultimi 35 anni uno sviluppo straordinario, anche perché la giustizia è amministrata in giorni e non in decenni. Chiunque si rivolga al giudice ottiene una risposta, positiva o negativa, quasi immediatamente. Naturalmente, questa rapidità scoraggia moltissimi causitici a iniziare controversie. Mentre in Italia l’infinita lunghezza dei processi invita chi ha torto a cominciarli.

Più volte abbiamo scritto sulle cause di questo stato di cose e quindi non ci ripeteremo. Tuttavia, non possiamo non indicare nell’organico  dei giudici ridotto di 1.300 unità, nella disorganizzazione dell’apparato amministrativo, nel numero enorme di avvocati (quelli del Lazio sono quanto tutti quelli francesi) fra le cause di questa situazione.
Un riflesso umanitario di estremo disagio riguarda i cittadini incarcerati, a torto o a ragione, che vivono in quegli ambienti in modo quasi inumano e che soffrono dell’incertezza dell’esito dei loro processi, per la durata infinita. La questione delle carceri è sollevata continuamente, ma non è risolvibile né con l’amnistia né con l’indulto. Ricordiamo che l’ultimo ha fatto scarcerare circa 20 mila detenuti che sono ritornati in carcere nel giro di qualche anno.
Nel breve, una soluzione è quella di depenalizzare reati e istituire pene sostitutive a quelle della detenzione. Ma certo una fondamentale divisione fra delinquenti abituali e condannati per reati occasionali sarebbe assolutamente necessaria per almeno due ordini di motivi: il primo, perché non bisogna miscelare il grano con il loglio; il secondo, perché il condannato una tantum può essere sottoposto a pene diverse da quelle detentive.
 
L’informatizzazione può essere un altro mezzo che consenta una maggiore rapidità del processo. La possibilità di lavorare mattina e pomeriggio negli uffici giudiziari, l’impiego di altri giudici non togati, altri ancora. Ma tutto ciò senza un deciso taglio delle procedure per arrivare rapidamente a sentenza non potrà invertire questo meccanismo di accumulo costante dell’arretrato, salvo pochi e importanti casi.
La diatriba sulla prescrizione e sul processo corto è destituita di fondamento, perché in una comunità, comunque vadano le cose, un processo penale non deve chiudersi oltre i tre anni. Peraltro, anche una direttiva dell’Unione europea ha stabilito che la ragionevole durata di un processo non possa superare i tre anni. Per conseguenza, il nostro Parlamento ha deciso di approvare una legge chiamata Pinto, dal suo presentatore (89/01) che prevede un risarcimento di circa mille euro per ogni anno di ritardo rispetto alla durata fissata nel triennio.

La nostra Costituzione, all’art. 111, prevede che il processo debba avere una durata ragionevole, che non è un’astrazione, bensì un’indicazione di massima che il legislatore ordinario doveva recepire. Però non l’ha fatto, perché in nessuna norma è fissata la durata massima di un processo di qualunque natura. è opportuno che la Costituzione venga osservata e per ciò stesso venga approvata una norma che stabilisca tale termine.
Alcuni hanno valutato che la lentezza della giustizia italiana costi circa l’uno per cento del Pil (circa 15 miliardi di euro). Una cifra elevata che potrebbe essere risparmiata sol che tutto il sistema giudiziario funzionasse in modo ordinato e organizzato.
Aspettarsi che il Governo in carica o quello successivo si occupi in modo decisivo della questione è utopia o illusione? Può darsi. Però non possiamo restare incatenati a un sistema che non funziona e che non rende giustizia a nessuno, perché è ben noto che le sentenze definitive che tardano molto danneggiano tutti: gli attori, i convenuti e l’intera Comunità.


Tags: Giustizia
I commenti dei lettori | Scrivi un commento

Inviato da Fabio Fabbri da Monza il 19/10/2011 14:56
La giustizia lenta
La giustizia è lenta perchè è l'unica attività produttiva (nel nostro caso, di sentenze) priva
di un controllo di produttività.
Si dice: ma è un'attività delicata e quindi non si devono porre limiti di tempo pur di avere una
sentenza giusta.
Prensiamo allora al chirurgo, la cui attività è forse ancora più delicata di quella del
magistrato. Cosa diremmo se, per fare un'appendicite, aprisse il paziente e lo tenesse
aperto 10 anni, per fare le cose bene ?
Cordiali saluti, Fabio Fabbri.

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