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L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Ott
21
2011

Dio ci guardi dai neodemocristiani


Il vizio di trattare vicino al caminetto permane ancora dopo quasi 18 anni dal dissolvimento della Democrazia cristiana. Un partito che è stato il cardine della resurrezione del Paese, ai tempi di Alcide De Gasperi, ma che a partire dagli anni Ottanta, anche con l’avvento di Bettino Craxi, ha innestato un processo disastroso di aumento della spesa, del conseguente debito pubblico e di declino della crescita e dello sviluppo.
Tutto questo accadeva perché il popolo, quando votava, non predeterminava la compagine che avrebbe dovuto governare, nè il primo ministro. La legge elettorale proporzionale, infatti, consentiva la permanenza di partitelli, tuttavia essenziali alla formazione di maggioranza, che imponevano le loro assurde richieste e i loro ricatti.
Col mattarellum si passò ai collegi uninominali per il 75 % dei seggi della Camera, mentre il vizio della proporzionale rimase per il restante 25 %. Al Senato, invece, è rimasto inalterato il sistema maggioritario regionale.

In questo quadro, Casini, con grande coerenza e costanza, combatte il sistema elettorale con premio di maggioranza, perché lo emargina. Con lui Fini, Di Pietro, l’inesistente Rutelli e altri che rappresentano modeste frange di elettori. Veltroni, con grande intuito, appoggiò, anche se non ufficialmente, la riforma elettorale ancor più maggioritaria, cioè il porcellum, che ha però il grave difetto di nominare i parlamentari e non di eleggerli.
Il popolo sovrano ha il diritto di decidere, con la sua scheda, chi dovrà governare, e non può affidare nè a Casini nè agli altri vecchi democristiani, come Scajola o Pisanu, il compito di riunirsi e decidere un Governo o le sue sorti. Ricordiamo che prima della riforma elettorale del 1993 un Governo durava in carica meno di un anno, sottoposto a faide o ritorsioni di questo o di quello. Anche questa è stata una causa importante del declino dell’Italia dopo gli anni Ottanta.
Dal 1994 in avanti non è che il nostro Paese abbia imboccato decisamente la crescita. Tuttavia il popolo ha sempre deciso chi dovesse governarlo: dal 1996 al 2001 il centrosinistra; dal 2001 al 2006 il centrodestra; dal 2006 al 2008 il centrosinistra; dal 2008 a oggi il centrodestra.
 
Il referendum, al vaglio della Corte di Cassazione prima e della Corte Costituzionale dopo, scardina il porcellum, talché nel 2012 si presenteranno tre possibilità: elezioni anticipate che annullano il referendum per effetto dello scioglimento delle Camere; riforma della legge elettorale nella direzione referendaria; svolgimento del referendum che, verosimilmente, riporterà una grande vittoria.
Non sappiamo quale di queste tre ipotesi si realizzerà, dato che il quadro politico è malsicuro e incerto. Sia come sia, l’importante è che non ritornino a galla i neodemocristiani e i neosocialisti craxiani (Cicchitto, Sacconi e altri), ma che si resti nel solco del maggioritario. In quest’ambito, una riforma che si sta facendo largo è quella del doppio turno francese sul modello della legge elettorale per i sindaci.
Sappiamo che fra i 945 parlamentari eletti vi è una buona porzione di ex democristiani o di altri che hanno una mentalità di tipo democristiano. Ci vogliamo augurare che i partiti più grandi, e perciò più responsabili, non vogliano più tornare alle deprecabili pantomime del passato, con personaggi che cadevano e risorgevano nel giro di una notte e con tutti i responsabili di partito, cioè i partitocrati, che a tutto pensavano salvo che all’interesse generale.

Vi è una grande differenza fra la situazione del 2011 e quella del 1994: la camicia di forza che l’Unione europea, e per essa la Banca centrale europea, ha messo ai conti dello Stato. Una camicia di forza che il ministro dell’Economia è stato costretto a trasfondere nelle tre Manovre del 2011 (98/2011, 111/2011 e 148/2011) ed è stata trasferita, ovviamente, agli Enti locali (Regioni e Comuni).
Di questi, i meridionali sono insofferenti e dicono che i tagli colpiranno i servizi relativi. Si tratta di una pura menzogna, perché i tagli si dovranno effettuare sugli apparati, inutili e costosi, e non sui servizi. Bisognerà vedere se giunte regionali e comunali avranno capito che la festa è finita e che bisogna attuare una gestione virtuosa delle proprie amministrazioni, risparmiando e spendendo solo l’indispensabile.


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