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L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Ott
27
2011

Aver letto mille libri per essere candidati


Si avvicinano le elezioni amministrative, e probabilmente quelle nazionali, che si svolgeranno in primavera del 2012. Viene a galla con prepotenza la questione della qualità dei candidati che, quando sono eletti, trasferiscono alle attività istituzionali le loro capacità o le loro incapacità.
In altri termini, la vera politica si può fare solo se si possiedono conoscenze e doti adeguate e, parimenti, la vera amministrazione negli Enti locali si può fare se si possiede un’adeguata preparazione non solo politica ma anche amministrativa.
I candidati, dunque, debbono essere potenzialmente idonei a svolgere l’incarico, se eletti. La democrazia esige competenze, soprattutto nei nostri giorni quando il bisogno e le esigenze dei cittadini possono essere soddisfatti se viene prodotta ricchezza. Essa va distribuita con criteri solidaristici, mentre, d’altro canto, le amministrazioni di ogni livello devono gestire la spesa pubblica in modo essenziale, organizzato, efficiente, inerente, essenziale e produttivo.

Qualunque cittadino può esercitare l’elettorato attivo, ma occorre una legge che stabilisca che tra i requisiti, per porre la propria candidatura, vi sia un’autocertificazione nella quale vengano elencati almeno mille libri letti, conosciuti e approfonditi, oltre a quelli scolastici ed eventualmente universitari, delle diverse materie: letterarie, filosofiche, sociali, matematiche, economiche, organizzative, storiche e via elencando.
Solo chi ha una discreta cultura generale e specifica, che può avere appreso dai libri ma anche dalla partecipazione in corsi di master internazionali, può avere la pretesa di diventare parlamentare, consigliere regionale o di Comuni. Maggiori requisiti dovrebbero avere coloro che vengono nominati nelle società pubbliche partecipate, in base a curricula che spesso sono delle inutili elencazioni di titoli cui non corrisponde la competenza.
Ci rendiamo conto che molti degli eletti, che non sono in grado di fare l’autocertificazione menzionata e/o non possiedono i requisiti prima elencati, si possono seccare. Non possiamo farci niente. La nostra valutazione deriva dalla fotografia del ceto politico che non dà prestigio alle istituzioni cui partecipa.
 
Fra gli altri mali, chi è ignorante è anche egoista. Solo la cultura stempera l’istinto naturale di cui siamo dotati, che è quello di servire noi stessi prima di ogni altra cosa e poi, eventualmente, dedicarci agli altri.
Chi ha letto almeno mille libri sa che gli egoisti nel tempo vengono puniti dalla Natura, la quale ha le sue regole spesso imperscrutabili e tuttavia tassative, secondo le quali nel medio e lungo periodo le persone capaci emergono e si affermano. Ma ciò può accadere solo in un mondo selettivo che premi il merito e riconosca chi è bravo.
Nel settore politico italiano non esiste il merito e, per conseguenza, non emergono i migliori bensì gli yes men, detti anche fedelissimi, i quali hanno il compito di eseguire becere disposizioni che vogliono accentrare il potere, appunto con egoismo.
Comprendiamo che la ressa dei senza mestieri spinge per avere un posto in lista e poi un posto nelle istituzioni. Tutti costoro hanno fame di indennità, ma non si pongono neanche lontanamente il principio fondamentale che chi viene eletto deve servire i cittadini, non servirsene.

Sappiamo che queste note provocheranno ilarità in tanti deputati, senatori e consiglieri comunali. Sarà questa una dimostrazione ulteriore di ignoranza, della quale non ci siamo mai curati. Non volere vedere la iattanza, l’incuria e l’incapacità con cui viene trattata la Cosa pubblica, significa tenere gli occhi chiusi o cercare di illudersi che le cose possano continuare così, coltivando privilegi e rendite di posizione.
Per fortuna, sono arrivate la crisi internazionale e la stretta dell’euro a fustigare facili costumi di tanti politici senza mestiere che farebbero bene a trovarselo, il mestiere.
I soldi pubblici sono finiti e sarebbe un bell’esempio se Governo, maggioranza e opposizione tagliassero, stavolta sì in modo lineare, stipendi, indennità e rimborsi del cinquanta per cento. Non sarebbe un grande risparmio finanziario, ma un esempio che verrebbe apprezzato moltissimo dai cittadini.
Ma l’ignoranza del ceto politico non gli fa vedere questa necessità. Eppure, saranno costretta a vederla.


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